QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Una proposta di incentivo per il posticipo della pensione

1. Evoluzione del sistema previdenziale italiano dal dopoguerra ai nostri giorni

Dal secondo dopoguerra, anche se con alcune differenze, i sistemi previdenziali europei hanno assunto praticamente ovunque natura pubblica, e hanno mostrato la tendenza a favorire le generazioni più anziane.
In particolare il sistema previdenziale italiano, inizia in un periodo particolarmente felice, nel quale tutti i vantaggi del sistema a ripartizione (nel quale gli adulti in attività mantengono con i loro contributi previdenziali coloro che percepiscono una pensione, e per il futuro, quando raggiungeranno l’età della pensione si affideranno ai contributi che in quel periodo saranno versati dalle generazioni future) ebbero modo di manifestarsi.
Negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta il nostro Paese fu capace di abbinare alla crescita demografica una brillante espansione economica. Il risultato fu straordinario; in questa condizione ovviamente il sistema a ripartizione assolveva il suo compito più importante, e cioè quello dell’assicurazione intergenerazionale.
Fino a qualche anno fa la natura pubblica del sistema previdenziale ben poco lasciava alla libertà di scelta individuale e quindi alla ricerca di eventuali alternative; ma tutto ciò ha dovuto fare i conti con una serie di eventi che ne hanno messo in pericolo la solidità.
Le pensioni erogate dal sistema previdenziale pubblico ormai da qualche decennio si stanno riducendo; il bisogno di mantenere un adeguato livello di protezione sociale ha spinto il legislatore a introdurre forme complementari da affiancare al sistema assicurativo di base al fine di garantire più elevati livelli di copertura previdenziale ai lavoratori.
Le maggiori cause del peggioramento dei conti del sistema pensionistico sono due:
• una tendenza al declino del tasso di mortalità, che ha aumentato la sopravvivenza dei pensionati e di conseguenza il numero delle pensioni erogate, ma anche dal rallentamento del tasso di natalità;
• una conseguente sempre maggiore dilatazione del rapporto tra popolazione in età anziana e quella in età attiva.
Le difficoltà incontrate dai sistemi previdenziali di quasi tutti i Paesi nel fronteggiare il processo di invecchiamento della popolazione e la conseguente e incessante crescita sul prodotto interno lordo (che ha ripercussioni anche su trattati internazionali come il patto di stabilità che non consente che un disavanzo previdenziale si traduca in un pari disavanzo della finanza pubblica), hanno portato ad un’ampia rivisitazione dei meccanismi che ne definiscono il funzionamento, e ispirato riforme già in tutto o in parte realizzate.
Queste riforme devono cercare di conciliare da un lato il consenso che deve sostenere i necessari interventi e dall’altro la natura spesso impopolare che ne caratterizzano i contenuti. Ogni tipo di riforma deve essere affrontata nel rispetto fondamentale del principio di solidarietà, e di più ampie esigenze di equità sociale.
Le maggiori difficoltà di ogni riforma, sono legate alla rapidità relativa al cambiamento delle strutture demografiche che richiedono una adeguata rapidità di adeguamento delle risorse finanziarie e umane e quella della gestione dei cosiddetti “diritti acquisiti”. È ovvio che in ordine si parte da chi già percepisce una pensione, a chi è prossimo a abbandonare l’attività lavorativa, a chi si trova a metà percorso, fino a chi ha appena cominciato a lavorare. Tutti costoro si presume abbiano compiuto, formulato scelte e programmi in relazione alle previste condizioni di pensionamento. Ciononostante la tutela delle aspettative degli anziani non può non trovare un limite nella doverosa tutela delle generazioni più giovani e ancora non nate.
Le riforme poste in essere sia nel 1992 che nel 1995 tutelavano comunque i diritti acquisiti con norme transitorie che avrebbero portato il nuovo sistema a pieno regime solamente dopo alcuni decenni, difficilmente riforme di questo genere possono portare effetti immediati sul mercato del lavoro e previdenziale.
Tali norme transitorie però oltre alla tutela dei diritti acquisiti lascia aperti due ordini di problemi:
• una sostanziale permanenza di squilibri tra contributi e prestazioni, destinati a continuare fino al pieno impiego della riforma;
• mantenimento di costi e distorsioni caratterizzanti dei sistemi precedenti.
In particolare la legge n. 335/95 ha introdotto il calcolo contributivo delle pensioni: ogni lavoratore ha diritto a una pensione pari ai contributi che ha versato durante la propria attività lavorativa.
Dal 2015 (ossia quando del calcolo contributivo comincerà a produrre i suoi effetti) la pensione media comincerà a ridursi gradualmente. Secondo le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato l’attuale classe dei quarantenni percepirà una pensione di poco superiore al 50% dell’ultima retribuzione se lavoratore dipendente; se lavoratore autonomo percepirà una pensione pari a circa il 30% del reddito medio.
Il calcolo con metodo contributivo porterà quindi a una inadeguatezza delle prestazioni, ma permetterà una distribuzione delle penalizzazioni medie in misura prevalente a carico delle carriere lavorative massimamente avvantaggiate dal sistema retributivo e, dall’altro, consente un incremento sostanziale dell’importo della pensione tramite il posticipo del pensionamento.
È proprio su questo punto che si basa la proposta di incentivare con un calcolo della pensione più vantaggioso il posticipo del pensionamento.

Danilo Stazi: Facoltà di Economia, Università di Roma “La Sapienza”.


Pagine: 1 2 3 4


Tag: