QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Fondi pensione: quale prospettiva per i giovani

1. Il processo di riforma del sistema pensionistico obbligatorio

Negli ultimi quindici anni il sistema pensionistico italiano è stato caratterizzato da importanti riforme che ne hanno profondamente modificato sia l’assetto strutturale sia gli strumenti concretamente adottati. Fino al 1992, il sistema previdenziale era essenzialmente di primo pilastro pubblico1 con finanziamento a ripartizione e assenza di corrispondenza attuariale fra contributi versati e prestazioni erogate. Inoltre, sussistevano ampie diversità tra le categorie di soggetti assicurati quanto ai requisiti per il pensionamento, alle aliquote contributive, ai “tassi di rendimento” delle diverse gestioni pensionistiche che davano origine a non pochi elementi di iniquità all’interno del sistema.
Il crescente peso del sistema pensionistico sulla finanza pubblica (la spesa per pensioni sul PIL aveva raggiunto nel 1992 circa il 15% contro il 5% del 1960), insieme alle tendenze avverse che emergevano dagli scenari demografici per gli anni a venire e ai conseguenti rischi di insostenibilità finanziaria nel lungo periodo, resero non più rinviabile l’avvio di un processo di riforma per il contenimento della spesa pensionistica. Così, la legge n. 503/1992 intervenne sull’aumento dei requisiti anagrafici per il pensionamento, sull’allungamento del periodo di riferimento per il calcolo delle prestazioni e sull’indicizzazione delle prestazioni alle sole variazioni dell’indice dei prezzi, lasciando peraltro inalterate le caratteristiche di fondo del sistema.
Con legge n. 335/1995 furono introdotte radicali modifiche nel sistema, fra le quali la più significativa fu il passaggio da un meccanismo di calcolo delle prestazioni basato sul metodo retributivo ad uno fondato sul metodo contributivo, ovvero l’introduzione di uno stretto legame fra ammontare dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa e importo dei trattamenti pensionistici. Peraltro, il passaggio a questo nuovo metodo non fu immediato, ma venne prevista una fase di transizione così strutturata:
a) per coloro che alla data del 31.12.1995 possedevano almeno 18 anni di contribuzione, il calcolo delle prestazioni restava invariato e basato sul metodo retributivo;
b) per coloro che alla data del 31.12.1995 possedevano meno di 18 anni di contribuzione, il calcolo delle prestazioni seguiva il meccanismo del pro-rata, ossia applicazione del metodo retributivo per anni precedenti al 1996 e del metodo contributivo per gli anni successivi;
c) per i nuovi assunti a partire dall’1.1.1996, il calcolo delle prestazioni si basava unicamente sul metodo contributivo.
Da ultimo, la legge n. 243/2004 ha previsto ulteriori interventi correttivi sulle tendenze di lungo termine della spesa pensionistica con effetti sia di breve periodo, mediante incentivi al rinvio del pensionamento, sia più strutturali, mediante l’introduzione di modifiche nei requisiti per accedere alle prestazioni. In particolare, durante il periodo 2004-2007 i lavoratori dipendenti del settore privato che maturano il diritto alla pensione di anzianità possono, in alternativa, continuare l’attività lavorativa percependo, sotto forma di salario addizionale, i contributi previdenziali obbligatori (sia quelli a carico del datore di lavoro, sia quelli a carico del lavoratore) in esenzione di imposta (c.d. superbonus). Inoltre, a partire dal 2008, anno di avvio della riforma per quanto riguarda gli effetti strutturali, sono tra l’altro previsti aumenti graduali dell’età di accesso alle prestazioni pensionistiche.

2. Effetti delle riforme pensionistiche e ruolo della previdenza complementare

Al di là degli scopi tendenti al ripristino di condizioni di equilibrio nei conti del sistema pensionistico obbligatorio e di omogeneizzazione dei trattamenti delle diverse categorie di soggetti assicurati, le riforme intraprese avevano come principale implicazione la riduzione delle prestazioni rispetto ai livelli precedentemente erogati, specie con riferimento alle giovani generazioni caratterizzate dall’integrale applicazione del metodo contributivo per il calcolo della futura pensione.
Al riguardo, le proiezioni contenute nell’ultimo Rapporto di strategia nazionale sulle pensioni2 forniscono utili indicazioni in chiave prospettica sugli effetti delle riforme poste in essere nel 1992 e nel 1995 sui livelli del tasso di sostituzione (calcolato come rapporto fra la prima annualità di pensione e l’ultimo reddito annuo da lavoro) della previdenza obbligatoria.
Considerando un individuo che vada in pensione all’età di 60 anni con 35 anni di anzianità contributiva maturati con riferimento agli anni 2000, 2010, 2020, 2030, 2040 e 2050, una dinamica della retribuzione reale individuale del 2% annuo e un tasso di crescita del PIL pari all’1,5% reale e aggiornando i coefficienti di trasformazione in rendita, così come previsto dalla legge n. 335/1995, sulla base delle ipotesi di evoluzione della mortalità, il tasso di sostituzione della previdenza obbligatoria per i lavoratori dipendenti (pubblici e privati) subirà, dal 2000 al 2050, un abbassamento di circa 20 punti percentuali passando dal 67,3% al 48,1%; ancora più drastica è la riduzione prevista con riferimento ai lavoratori autonomi (Tabella 1). Tale riduzione è imputabile per due terzi alla graduale entrata a regime del metodo contributivo e per il rimanente terzo al prolungamento della vita attesa al momento del pensionamento con la conseguente modifica in senso peggiorativo dei coefficienti di trasformazione in rendita del montante accumulato, che in base alla normativa vengono rivisti su base decennale secondo logiche attuariali.
La riduzione delle prestazioni pensionistiche assicurate dal primo pilastro è alla base dell’introduzione di un secondo pilastro privato su base volontaria e a capitalizzazione individuale mediante il D.lgs. n. 124/1993. Al riguardo, l’art. 1 del decreto sancisce infatti il carattere di complementarità del secondo pilastro rispetto al sistema obbligatorio “al fine di assicurare più elevati livelli di copertura previdenziale”. Alla componente complementare del sistema risulta quindi assegnato un ruolo di concorso, insieme alla componente di base, alla formazione di un reddito adeguato in età anziana, permettendo così la sostanziale salvaguardia del tenore di vita raggiunto nelle età immediatamente precedenti il pensionamento.
Diventa allora importante determinare il tasso di sostituzione che ci si attende possa derivare dalla previdenza integrativa. Il Rapporto attribuisce infatti particolare attenzione al ruolo di compensazione svolto da quest’ultima, in un’ottica di diversificazione e di rafforzamento dell’intero sistema previdenziale.
Nelle more dell’aggiornamento di tale Rapporto e con la prospettiva di partecipare ai lavori di redazione del nuovo documento la COVIP, nell’ultima Relazione annuale, ha condotto un esercizio di simulazione per calcolare il tasso di sostituzione della previdenza complementare, utilizzando le ipotesi concordate in sede europea per gli esercizi preparatori alla redazione dei Rapporti nazionali (Tabella 2).
È stato fatto riferimento, nel caso base, a una figura-tipo di lavoratore dipendente privato, con 60 anni di età e con 35 anni di contributi. Si è inoltre ipotizzata un’aliquota contributiva del 9%, pari alla stima della contribuzione media per i fondi pensione negoziali assumendo l’ipotesi della destinazione integrale del TFR. Il capitale accumulato viene rivalutato in base al tasso di rendimento reale pari al 3,5% annuo, se considerato al lordo degli oneri di gestione e fiscali, e a circa il 2,5% al netto di tali oneri. Il saggio reale di crescita salariale è stato posto pari all’1,8%; il profilo di carriera del lavoratore-tipo è stato ipotizzato piatto, ovvero caratterizzato dall’assenza di aumenti stipendiali dovuti a passaggi di carriera.
Le ipotesi demografiche per la conversione in rendita del montante accumulato fino al momento del pensionamento sono basate sulla tavola di mortalità RG 48. corretta attraverso il cosiddetto metodo dell’age-shifting per tenere in considerazione l’allungamento atteso della vita media.
Secondo i risultati di tale analisi il tasso di sostituzione si attesta, nel caso base, a circa il 17% dell’ultima retribuzione, un livello pertanto tale da compensare la gran parte della diminuzione prevista per il tasso di sostituzione assicurato dalla previdenza obbligatoria.
Il tasso di sostituzione è poi stato calcolato nei differenti anni per alcune varianti relative al periodo contributivo, all’età di pensionamento, al profilo di carriera, alle aliquote contributive e agli oneri di gestione previsti nella fase di accumulo.
Rispetto al caso base si nota che il tasso di sostituzione aumenta al crescere del periodo contributivo; anche la scelta di posticipare l’età del pensionamento influenza positivamente il tasso di sostituzione, pure se considerata a parità del numero di anni di contribuzione, in quanto, diminuendo il numero di anni di vita attesa residua, migliora il coefficiente di trasformazione in rendita.
Per quanto riguarda l’effetto derivante dai profili di carriera, nell’ipotesi di carriera con incrementi retributivi per avanzamenti di livello il tasso di sostituzione tende a risultare penalizzato. In particolare, nelle analisi sono stati considerati un profilo di crescita che prevede un incremento lineare della retribuzione nel corso degli anni a partire dal 100% del primo anno lavorativo (ipotizzato a 25 anni), fino ad arrivare al 200% nell’anno del pensionamento, e un profilo concavo, nel quale la crescita della retribuzione per passaggi di carriera avviene principalmente nel corso dei primi anni di vita lavorativa, per poi andarsi ad assestare su un livello, posto pari, nelle simulazioni effettuate, a circa il 140% della retribuzione iniziale.
Va tuttavia considerato che tali effetti, più pronunciati con riferimento al profilo lineare, sono in parte riconducibili alla stessa definizione del tasso di sostituzione utilizzata, la quale fa riferimento unicamente all’ultima retribuzione e alla prima rata di pensione, perdendo quindi da un lato la storia passata della dinamica retributiva e dall’altro l’evoluzione futura dell’ammontare della quota di pensione.
È quindi chiaro che in questa definizione risultano penalizzate dinamiche di carriera dove i maggiori incrementi retributivi avvengono negli ultimi anni della vita lavorativa. Pertanto, lo sviluppo di forme pensionistiche complementari assume un’importanza cruciale per il soddisfacimento dei futuri bisogni previdenziali delle generazioni più giovani, realizzando al tempo stesso un sistema misto nel quale la coesistenza di un pilastro pubblico a ripartizione e a contribuzione definita con un pilastro privato a capitalizzazione individuale e a contribuzione definita persegue l’obiettivo del mantenimento di un adeguato tasso di sostituzione, diversificando nel contempo le diverse tipologie di rischio.
L’apporto della previdenza complementare alla formazione del tasso di sostituzione è peraltro strettamente legato all’entità delle risorse che a questa saranno indirizzate. Al riguardo, la Legge delega n. 243/2004 getta le basi per uno sviluppo sostenuto della previdenza complementare negli anni a venire alla luce delle maggiori risorse finanziarie che, tramite la devoluzione delle quote annuali di TFR anche con modalità tacite, confluiranno nel sistema. Vale comunque la pena di sottolineare che buona parte del tasso di sostituzione che sarà generato dalla destinazione del TFR alle forme pensionistiche complementari non sarà, in linea di principio, aggiuntiva rispetto a quella che comunque sarebbe prodotta dallo stesso qualora fosse mantenuto in azienda; la componente aggiuntiva, infatti, deriva per lo più dal più alto rendimento ipotizzato con il conferimento alle forme pensionistiche complementari e, quindi, è legata all’effettivo andamento del risultato prodotto dalla gestione degli investimenti.

Federica Seganti: Commissario COVIP
1 Vi erano poi esperienze di previdenza complementare limitate a particolari settori e, specie, il settore bancario e quello assicurativo.
2 Cfr. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2002): Rapporto di strategia nazionale sulle pensioni.


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