QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Aging society e sistemi pensionistici: pensioni degli over 70 in Italia

Come già è stato notato, la maggiorazione sociale è andata a vantaggio di titolari sia di pensioni propriamente previdenziali — legate cioè al versamento di contributi per un certo numero di anni —, sia di pensioni assistenziali, il cui ammontare è definito per legge, indipendentemente da ogni forma di contribuzione, per sopperire a condizioni di estremo disagio economico. Quest’ultimo tipo di pensione è stato più volte al centro di polemiche per l’uso distorto che talora se ne è fatto, seguendo criteri di tipo particolaristico piuttosto che rigorose prove dei mezzi. Il modesto contributo erogato — mediamente inferiore all’importo mensile delle altre tipologie, tanto che ha richiesto un’integrazione di gran lunga superiore alla media generale — ha in pratica contribuito a una duplice distorsione:
a) lo spreco di denaro pubblico, distribuito a pioggia in modo da accontentare il maggior numero di soggetti;
b) l’assegnazione ai singoli beneficiari di somme sostanzialmente modeste, di per sé insufficienti a far fronte a condizioni di reale indigenza.
Sotto questo profilo, la decisione di erogare la maggiorazione sociale ha permesso di compiere verifiche supplementari sulle risorse dei singoli e del loro nucleo familiare nonché sul loro effettivo stato di bisogno.
Con queste premesse, merita osservare, a livello regionale, il rapporto tra pensioni previdenziali e pensioni assistenziali nell’ambito dei beneficiari della maggiorazione sociale (Tabella 14).
In prima battuta si nota che in alcune regioni il peso dei titolari della maggiorazione sociale che usufruivano di pensione assistenziale supera i valori medi complessivi (17,4%). Alla testa di questa particolare classifica vi è la regione Lazio (24,2%) seguita da Sicilia (22%), Campania (21,8%), Puglia (19,9%), Liguria (19,3%), Lombardia (18%). Sembrerebbe, in pratica, che in queste regioni i controlli sui redditi assistenziali abbiano fatto emergere una particolare concentrazione di indigenti nei confronti dei quali è stato finalmente predisposto qualche provvedimento.
Nelle Regioni dove invece i valori percentuali delle pensioni assistenziali sono inferiori alla media, si direbbe che i controlli aggiuntivi hanno fatto emergere situazioni meno disagiate di quanto si poteva supporre e abbiano quindi funzionato in modo virtuoso, sia sul piano del numero degli aventi diritto, che degli effetti redistributivi.

Tabella 13: La maggiorazione sociale per tipo di pensione e per Regione
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Anche la distribuzione delle maggiorazioni sociali legate alle pensioni previdenziali offre indicazioni altrettanto interessanti. La rendita pensionistica bassa è riconducibile in questo caso principalmente alle basse retribuzioni di partenza dei titolari e, a maggior ragione, dei superstiti.16 Si direbbe, in altri termini, che le regioni con più pensionati previdenziali che hanno ottenuto la maggiorazione sociale sono quelle caratterizzate dai salari medi più bassi (nel caso di pensioni di vecchiaia),17 dal limitato numero di invalidi (nel caso delle pensioni di invalidità lavorativa), dall’elevato tasso di femminilizzazione degli anziani (nel caso di pensionati superstiti).18
Se alle pensioni propriamente assistenziali aggiungiamo le pensioni di invalidità che hanno ottenuto la maggiorazione sociale, arriviamo a una stima più realistica delle pensioni di carattere non previdenziale e a una nuova classifica sintetica del tasso di assistenzialismo presente in ogni regione, che vede nel gruppo di testa tutte le regioni del Mezzogiorno (a partire dalla Sardegna e dalla Campania rispettivamente con il 48,6% e il 46,6%) e del Centro (esclusa la Toscana), cui si aggiunge ancora una volta la Valle d’Aosta (43,2%) (Tabella 14).

Tabella 14: Maggiorazione sociale e pensioni non previdenziali (somma pensioni assistenziali e pensioni previdenziali di invalidità)
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16 Tenuto conto che il metodo di calcolo della pensione dei settantenni e oltre è avvenuta con il metodo retributivo e non con l’attuale metodo pro-rata o contributivo puro, la durata del periodo contributivo non ha avuto in questo caso particolare rilievo sull’ammontare della pensione.
17 Dato che ci si riferisce a soggetti con 70 anni o più, non compaiono qui le pensioni di anzianità legate a chi non ha ancora compiuto 60 o 65 anni di età.
18 Gli accenni alle distorsioni dell’assistenzialismo ricevono ulteriori specificazioni dal peso talora anomalo delle pensioni di invalidità (lavorativa) sul totale delle pensioni previdenziali. Le regioni dove l’anomalia risulta più pronunciata e dove più pesante è il deficit di reddito risultano, in questo caso, nell’ordine: il Molise (36,7%), la Sardegna (35,9%), la Basilicata (34,8%), le Marche (33,1%), la Valle d’Aosta (31,3%), l’Abruzzo (29,2%) e l’Umbria (28,9%). Con la sola eccezione della Val d’Aosta, sono principalmente rappresentate le regioni del Mezzogiorno e del Centro. La situazione dei superstiti risulta invece più problematica nel Friuli Venezia Giulia (42,8% rispetto al valore medio del 29,4%), in Sicilia (34,2%), in Veneto (33,6%), in Toscana (33,4%), in Puglia (32%).


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