QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Aging society e sistemi pensionistici: pensioni degli over 70 in Italia

3. Le integrazioni al reddito dei pensionati poveri: il caso della maggiorazione sociale

3.1 I pensionati settantenni

Al fine di valutare l’estensione delle maggiorazioni sociali ai pensionati con 70 anni e più, merita osservare quanti sono i componenti di questo sottoinsieme e come si caratterizzano in base al genere e al trattamento economico sia in termini complessivi, sia in rapporto alla categoria previdenziale e ai fondi di afferenza. I pensionati con almeno 70 anni sono 9.065.391, pari al 57% dei 15.910.569 pensionati complessivi (Tabella 3). La loro ripartizione in base al fondo di afferenza registra valori superiori alla media generale tra gli ex lavoratori dipendenti (66,1% rispetto al 61,1%) e tra gli ex lavoratori autonomi dell’agricoltura (coltivatori diretti, ecc.: 13,6% rispetto al 12,3%) in corrispondenza al maggior peso di queste categorie di lavoratori nella struttura produttiva dei decenni più remoti.
Per ragioni demografiche, non sorprende che la platea dei potenziali beneficiari delle maggiorazioni sociali sia costituita principalmente da donne (5.879.126 rispetto a 3.186.265 uomini), pari ad un rapporto percentuale di 64,8% a 35,2% (Tabella 4).

Tabella 3: Pensionati con età uguale o superiore a 70 anni per fondo di afferenza (valori assoluti)
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Fonte: Inps, pensioni in vigore al 1° gennaio 2004.

Tabella 4: Pensione con età uguale e superiore a 70 anni per genere in rapporto al totale dei pensionati di ogni età (valori assoluti e valori percentuali)
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Fonte: Inps, pensioni in vigore al 1° gennaio 2004.

Nel loro insieme le donne con almeno 70 anni usufruiscono di un reddito previdenziale o assistenziale medio pari a 447,8 euro, a fronte di un equivalente importo medio degli uomini di 687,67 euro e di un importo medio complessivo di 531,64 euro (Tabella 5). Assumendo questo valore come base di riferimento (resa uguale a 100), i corrispondenti valori indicizzati del gruppo femminile oscillano tra un massimo di 160 punti, per i trattamenti di anzianità (pari mediamente a 848,78 euro) e un minimo di 44 punti, per i trattamenti di invalidità civile (pari mediamente a 234,64 euro). Lo svantaggio delle donne rispetto al sottogruppo degli uomini è evidenziato dal fatto che i valori indicizzati oscillano per costoro tra un massimo di 201 punti (per i trattamenti di anzianità) e un minimo di 44 punti (per i trattamenti di invalidità civile) (Tabella 5).
Con la sola eccezione dell’esiguo numero di donne ultrasettantenni che usufruiscono di una pensione di anzianità (circa 74.000) la rimanente parte, formata da circa 5.800.000 unità, non raggiunge mai la soglia media dei fatidici 516 euro mensili (cioè 1 milione di vecchie lire) e potrebbe dunque, teoricamente, rientrare nella potenziale platea di beneficiari della maggiorazione sociale. Se a questo numero, di per sé già cospicuo, si aggiungono i circa 400mila uomini (esattamente 424.712) che percepiscono trattamenti medi inferiori ai 516 euro, i potenziali beneficiari salgono a circa 6.200.000 unità.

Tabella 5: Pensionati con età uguale e superiore a 70 anni: importi medi mensili lordi (valori assoluti e valori indicizzati)
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Assumendo la soglia di 521,70 euro di spesa pro-capite mensile che indica lo stato di povertà relativa di un individuo che nell’anno 2003 viveva da solo,14 si scopre che circa 6.230.000 pensionati con 70 anni e più potrebbero teoricamente essere a rischio di povertà relativa. Di questo vasto gruppo fanno parte anche circa 857.000 anziani che percepiscono una rendita di importo inferiore alla soglia di povertà assoluta (393 euro di spesa media mensile nel 2003).15 In questo caso, comunque, le verifiche reddituali adottate per concedere la maggiorazione sociale agli aventi diritto ci consentono — come si vedrà nel paragrafo 2.3 — di operare una stima puntuale dei soggetti che erano in stato di indigenza (relativa o assoluta).

14 Ci riferiamo alle soglie di povertà dell’anno 2003, illustrate nella prima parte di questo Rapporto.
15 La stima della povertà assoluta nel 2003 — che, come indicato nella prima parte del Rapporto, non è stata resa nota dall’Istat — è stimata con il metodo seguito dall’Istat per il periodo 1997-2002.


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