QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Aging society e sistemi pensionistici: pensioni degli over 70 in Italia

1. Introduzione

Gli studiosi dei fenomeni demografici, economici e sociali hanno lanciato già da molti anni i loro allarmati richiami sulla difficile sostenibilità della spesa per la protezione sociale a causa del progressivo incremento della popolazione anziana (over 65 anni) in rapporto alla popolazione attiva. Questi richiami sono però rimasti a lungo inascoltati dai governanti, non tanto per una preconcetta insensibilità al problema, quanto per l’acuta percezione della impopolarità a cui va inevitabilmente incontro la transizione verso sistemi previdenziali meno generosi, con seri rischi di delegittimazione politica da parte degli elettori, delle organizzazioni sindacali, dei movimenti di protesta ad hoc.
Si è così cercata la strada del rinvio a oltranza, senza tener conto che il rinvio avrebbe aggravato la situazione e resi ancora più drastici ed impopolari i successivi interventi riparatori. L’accettazione nel corso degli anni Novanta dei parametri di Maastricht e i conseguenti impegni sottoscritti da tutti gli stati membri dell’Unione Europea (a 15 e poi a 25) per ridurre (o contenere) l’ammontare del proprio debito pubblico (esplicito e implicito) hanno però messo fine alla tecnica del rinvio e hanno sollecitato i governi a porre mano a una seria revisione della spesa pensionistica e dei relativi sistemi previdenziali. È in questo contesto che l’Italia è stata “costretta”, nel corso degli anni Novanta, a varare un riforma previdenziale basata sul passaggio da un sistema retributivo — che generava privilegi e una redistribuzione distorta dei costi e dei benefici — a un sistema contributivo più equo dal punto di vista propriamente assicurativo (Cfr. D.Lgs. 335/1995).
Si è confermato, anche in questo caso, che le riforme impopolari nascono principalmente sotto la pressione di eventi “esogeni”, che spingono le classi politiche e le parti sociali a trovare punti di accordo impensabili in condizioni “normali”. I sistemi previdenziali costituiscono in effetti uno dei pilastri portanti su cui si è costruito il consenso sociale e politico negli stati democratici nati dopo la seconda guerra mondiale; essi sono parte integrante dei diritti di cittadinanza economico-sociali che i diversi tipi di welfare state hanno cercato di tutelare, pertanto ogni loro modifica mette in discussione un aspetto qualificante del patto fondamentale che lega i cittadini al sistema istituzionale e politico in cui vivono e richiede la non facile ricerca di nuovi punti di accordo.
Ciò che può rendere le riforme previdenziali più accettabili all’intera popolazione è la loro gradualità, tanto più facile quanto più le decisioni di riforma vengono prese con lungimirante anticipo; i ritardi accumulati nel passato rendono però più difficile la diluizione degli effetti su tempi medio-lunghi — compatibili con il ricambio generazionale ed il cambiamento delle aspettative — e in ogni caso richiedono aggiustamenti ricorrenti che creano incertezza e malcontento, non solo tra chi è più prossimo alla pensione, ma anche tra chi (individui, famiglie, organizzazioni finanziarie) deve programmare le proprie scelte di risparmio e di investimento.
Nel caso italiano, l’impatto diretto della riforma previdenziale del 1995 è stato evitato per coloro che alla fine di quell’anno avevano raggiunto un’anzianità contributiva di almeno 18 anni; è stato mitigato dal ricorso a un sistema misto, definito “pro rata” (in parte retributivo e in parte contributivo), per chi non aveva raggiunto questa “anzianità spartiacque”; è entrato pienamente in vigore per i neoassunti nell’anno 1996, ma i diretti interessati prenderanno coscienza solo tra qualche decennio (diciamo dopo il 2030) della svolta impressa dal sistema contributivo al tasso di sostituzione rispetto al loro stipendio medio che potrebbe passare dal 65-70% (del vecchio sistema) al 48% del nuovo (senza contare l’eventuale previdenza integrativa). Anche i pensionati pro-rata subiranno una sensibile decurtazione della loro rendita previdenziale (con un tasso di sostituzione stimabile attorno al 55-60%), con l’aggravante però, rispetto ai più giovani, che hanno meno tempo a disposizione per accumulare una soddisfacente pensione integrativa. Il laborioso decollo dei fondi pensione integrativi di categoria crea incertezza anche ai datori di lavoro e agli operatori finanziari ed assicurativi, accentuando sia i problemi di adeguatezza che di sostenibilità dell’intero sistema.
Nell’ambito della transizione ad un diverso punto di equilibrio tra le esigenze individuali e collettive, un ulteriore “pilastro” potrebbe (e dovrebbe) essere rappresentato dall’innalzamento dell’età pensionistica e dal corrispondente prolungamento della permanenza al lavoro; questa prospettiva (che potrebbe incontrare l’interesse di molti lavoratori, specie in cambio di incentivi positivi) entra però in dialettica con gli orientamenti di non poche imprese (specie di grandi dimensioni) che vanno in direzione opposta, in quanto puntano ad allontanare anzitempo i lavoratori più anziani per sostituirli, nella migliore delle ipotesi, con lavoratori più giovani e flessibili. Per compensare questo orientamento e ottenere il risultato desiderato bisognerebbe creare un nuovo segmento del mercato del lavoro, in grado di favorire l’incontro tra lavoratori più anziani (portatori di maggiore esperienza) e datori di lavoro interessati alle loro prestazioni. Le ipotesi più realistiche fanno non a caso riferimento al multiforme settore dei servizi pubblici e privati, profit e non profit e all’uso massiccio dell’impiego part-time di tipo verticale od orizzontale.1 La prospettiva basata sulla creazione di un nuovo segmento del mercato del lavoro avrebbe teoricamente il vantaggio di procrastinare (almeno in parte) l’erogazione delle pensioni, rendendo più sostenibile la spesa complessiva; potrebbe inoltre dare chance aggiuntive alla parte di popolazione attiva più avanti negli anni e precocemente esclusa dal mercato del lavoro convenzionale, non andrebbe però incontro alle aspettative di chi volesse proseguire la sua attività lavorativa con le funzioni e le retribuzioni in atto al momento del pensionamento “obbligato”. In un contesto sociale ed economico altamente differenziato quale è quello in cui viviamo, l’attivazione di un ulteriore mercato del lavoro partime, funzionale all’impiego dei lavoratori anziani, amplia certamente il sistema delle opportunità per i singoli e la collettività, lascia però aperti gli interrogativi sulla adeguatezza delle retribuzioni e delle future pensioni basate su tale sistema, specie per quei soggetti che vivono da soli e hanno avuto carriere lavorative discontinue e a basso reddito. Per quanti si trovano in queste condizioni (già oggi o nel prossimo futuro) non si possono evitare forme di sostegno economico aggiuntivo a carico della collettività, vale a dire misure che integrano la componente propriamente assicurativo-previdenziale con quella propriamente assistenziale.
Senza entrare nel campo delle proiezioni future2 — necessarie quanto ardue — questo contributo intende richiamare l’attenzione sull’attuale trattamento pensionistico dei pensionati over 70 a basso reddito, che formano una componente non trascurabile dell’aging society contemporanea. I dati considerati si riferiscono al caso italiano e precisamente a quella parte della popolazione anziana a cui la legge Finanziaria per il 20023 ha riconosciuto un’integrazione assistenziale (denominata “maggiorazione sociale”), dopo aver esperito un’adeguata prova dei mezzi. La condizione di questi anziani è emblematica sia per comprendere come gli interventi assistenziali restino indispensabili per riparare le situazioni di maggiore indigenza, sia per valutare l’adeguatezza dei trasferimenti effettuati. Si potrebbe osservare che sul ridotto trattamento previdenziale di molti degli attuali anziani pesi la irregolarità e la scarsità dei contributi versati nel corso della loro pur intensa carriera lavorativa e che l’entrata in vigore a partire dagli anni Sessanta di maggiori sistemi di controllo sulla regolarità del lavoro e delle contribuzioni previdenziali abbia rimosso alcune fonti di difficoltà per le più recenti ondate di pensionati; vi è però ragione di ritenere che le riforme dell’ultimo decennio non evitino gli stessi rischi per le generazioni più giovani a causa della diffusione di forme di lavoro con bassa contribuzione previdenziale (come nel caso dei contratti co.co.co e di quelli a progetto), salari ridotti e discontinui.

Giancarlo Rovati: Professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente della Commissione nazionale di Indagine sulla Esclusione Sociale (CIES) per il triennio 2002-2005 e 2005-2008.
1 Cfr. Liedtke, P.M. (2005): “L’economia delle pensioni e i quattro pilastri: come affrontare una sfida infinita”, Quaderni europei sul nuovo welfare. Svecchiamento e società, n. 2, giugno, pp. 7-19.
2 Si rimanda in proposito al rapporto affidato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche (CAPP), Aspetti distributivi del sistema pensionistico nella prospettiva del passaggio al sistema contributivo, Roma, giugno 2005.
3 Cfr. Legge n. 448/2001 (legge finanziaria del 2002).


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