QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

La partecipazione al lavoro degli anziani in Italia: tendenze, cause e questioni di policy

4.3 Pensionamento graduale attraverso l’impiego flessibile

In un dettagliato studio relativo ad alcuni Paesi europei, Delsen e Reday-Mulvey (1998) evidenziano che i lavoratori più anziani opterebbero per una transizione graduale al pensionamento attraverso il lavoro part-time o altre forme flessibili di impiego. Superare la comune alternativa tra lavoro a tempo pieno e pensionamento potrebbe servire ad aumentare i tassi di occupazione per i lavoratori più anziani.
Tali nuovi schemi, sebbene non ancora diffusi, si stanno affermando nei principali Paesi dell’UE,4 ma l’Italia è indietro nell’offerta di opportunità di lavoro a tempo parziale per i lavoratori più anziani. I tassi di occupazione sono molto distanti dalla media europea, o al di sotto di Paesi che stanno affrontando gli stessi problemi legati all’età come la Francia e la Germania. Per il 1997 Morris e Mallier (Tabella 6) riportano che solo l’1,1% dei lavoratori maschi tra i 50 e i 54 anni avevano un lavoro part-time, contro una media europea del 2,1%. Per i lavoratori anziani, tra i 55 e i 59 anni, il tasso in Italia era del 2,2%, contro il 4,1% dell’Europa. Per le donne, il divario era anche maggiore: per la fascia d’età compresa tra i 50 e i 54 anni, la media dell’UE15 era del 31,1%, più del triplo di quanto registrato in Italia. Ciò riflette principalmente il basso tasso di impiego delle donne in Italia.

Tabella 6: Impiego part time degli over 50
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Fonte: Eurostat Laborur Force Survey 1997 – * media semplice dei cinque Paesi.

I risultati dei sondaggi di opinione (fin qui, piuttosto limitati) suggeriscono che è ampia la possibilità di un pensionamento graduale e flessibile. L’indagine Eurobarometro dell’ottobre 2001 contiene una serie di domande riguardanti idee specifiche in merito alla transizione dal lavoro al pensionamento. L’ipotesi che “i lavoratori anziani dovrebbero poter uscire dal lavoro gradualmente (combinando una pensione più bassa con un impiego part-time)” ha riscosso molti consensi. Quasi tre su quattro interpellati approvavano, il 46% moderatamente e il 28%, mentre solo il 17% era in disaccordo (Figura 1). Il tasso di approvazione è stato più elevato in Danimarca, in Svezia e nei Baesi Bassi, tutti Paesi dove operano schemi di questo tipo. In Italia, il tasso di approvazione è stato il più basso dell’Europa, sebbene la gran parte degli intervistati fosse propensa all’attuazione di misure per un pensionamento graduale.

Figura 1: percentuale di favorevoli al pensionamento parziale (tratta dal Geneva Association Information Newsletter, The Four Pillars, no. 31, Agosto 2002)
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Un dato interessante è che, per i Paesi europei, si riscontra una forte correlazione (0,8) tra la propensione al pensionamento graduale e il tasso di partecipazione complessivo (Figura 2). Naturalmente, la spiegazione di questa correlazione e le sue implicazioni di policy non sono ovvie. Da un lato, una politica attiva del mercato del lavoro col fine di accrescere i tassi di partecipazione può chiaramente contribuire a incoraggiare l’inclinazione individuale al pensionamento graduale. Dall’altro, la propensione a ritirarsi gradualmente potrebbe essere influenzata da fattori psicologici, legati al luogo di lavoro, alla salute, al sesso e di tipo socio-economico, quindi politiche efficaci che mirino ad aumentare l’occupazione devono considerare che in alcuni Paesi (tra questi l’Italia) alcune fasce di lavoratori preferiscono il tempo libero al lavoro.

Figura 2: Propensione al pensionamento parziale e tasso di partecipazione
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Tuttavia si può desumere indirettamente che, fornendo i giusti incentivi, i lavoratori possono essere invogliati a posticipare il pensionamento. Alla fine del 2003 il Governo italiano ha introdotto un programma per indurre alcune fasce di lavoratori a differire il pensionamento, il cosiddetto “superbonus”. La misura è diretta ai dipendenti del settore privato che al 2007 avranno raggiunto i requisiti di idoneità per la pensione d’anzianità. Se scelgono di continuare a lavorare, il loro salario netto è incrementato dal loro contributo alla previdenza sociale (32,7% del salario lordo) e, poiché smettono di contribuire al sistema previdenziale, la loro rendita pensionistica viene “congelata” al momento in cui scelgono di ritirarsi. Il “superbonus” ha avuto avvio nell’ottobre del 2004 e si è diffuso: a metà gennaio 2005 quasi il 5% dei lavoratori idonei ha deciso di ritardare il pensionamento.
L’efficacia di questa misura per la sostenibilità finanziaria della previdenza sociale è stata oggetto di discussione. Boeri e Brugiavini (2005), ad esempio, evidenziano che il programma interessava principalmente i lavoratori che avevano già deciso di continuare a lavorare comunque e che percepivano alti salari, visto che potevano ottenere una maggiore riduzione delle tasse. I dati pubblicati dal Ministero del Welfare mostrano che il 40% delle domande sono pervenute non appena la legge che ha istituito il superbonus è entrata in vigore. Inoltre, quasi tre quarti dei lavoratori dichiarati idonei per il “superbonus” avevano già raggiunto i requisiti. Queste considerazioni, tuttavia, non smentiscono l’ipotesi che questa misura possa innalzare l’età di pensionamento.
Guardando avanti, la questione più rilevante sta nel superare la natura individuale del superbonus. Una politica efficace potrebbe riguardare la promozione di piani previdenziali privati a contribuzione definita per coloro che hanno scelto di posticipare il pensionamento. Questi piani potrebbero beneficiare di uno speciale trattamento di contributi e benefici, ovvero rendere i contributi deducibili almeno in parte. I prodotti previdenziali disponibili dovrebbero essere disegnati tenendo conto dell’orizzonte contributivo relativamente breve e del bisogno dei pensionati di poter contare sul loro patrimonio previdenziale o flusso di reddito; ciò richiederebbe probabilmente garanzie di rendimento minimo.

4 Morris and Mallier (2003).


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