QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

La partecipazione al lavoro degli anziani in Italia: tendenze, cause e questioni di policy

4.1 Ulteriore Riforma Pensionistica

Sono molti gli studi sulla sostenibilità del sistema pensionistico.2 Questo lavoro non intende fornire una descrizione dettagliata di tutti gli argomenti. Sembra, tuttavia, che limitando i benefici3 pensionistici e aumentando gradualmente l’età di pensionamento la lunghezza della vita lavorativa sia aumentata.
Ciò si evince indirettamente dall’età media alla pensione, derivata dai dati INPS. Per il settore privato essa era pari a 57,6 anni nel 1993 (60,3 per gli uomini e 55,6 per le donne) e a 61,5 nel 2001 (rispettivamente 64,5 e 60,1). Per le pensioni di anzianità l’aumento è stato inferiore: da 53,7 anni nel 1993 (54 per gli uomini e 51,4 per le donne), a 55,7 (55,9 e 54,8) nel 2001.
Questo dato è coerente con le previste ripercussioni delle riforme passate sui tassi di partecipazione riportati nella Tabella 4, sulla base di simulazioni dell’OCSE e dimostrano che le riforme hanno attenuato il declino del tasso di partecipazione per l’Italia indotto dall’evoluzione demografica.
Ulteriori riforme potrebbero frenare o anche invertire il declino dei tassi di partecipazione previsti per il 2025. In particolare, Burniaux, Duval e Jaumotte (2004) analizzano l’impatto sulla partecipazione alla forza lavoro da parte dei lavoratori più anziani derivante da tre possibili riforme previdenziali, sulla base delle stime econometriche degli studi di Duval (2003) e Jaumotte (2003). I cambiamenti presi in considerazione sono: i) abolizione di schemi di pensionamento anticipato, ii) introduzione della neutralità attuariale dei sistemi previdenziali di anzianità, iii) l’aumento dell’età di pensionamento a 67 anni, attualmente la più alta di tutti i Paesi dell’OCSE.
I risultati (Tabella 5) mostrano che per l’Italia queste riforme farebbero aumentare il tasso di partecipazione dal 60,3% nel 2002 al 61,4% nel 2025. La neutralità attuariale ha il maggiore impatto aumentando di 1,6 punti percentuali il tasso di partecipazione previsto; l’incidenza sull’aumento dell’età di pensionamento ordinaria a 67 anni è molto inferiore (0,5 punti percentuali).

Tabella 5: Effetti previsti dalle riforme pensionistiche sul tasso di partecipazione in alcuni Paesi europei
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Fonte: Burniaux et al. (2003) – * media semplice dei cinque Paesi.

Tuttavia, il tasso di partecipazione italiano previsto per il 2025 (61,4%) è solo marginalmente più elevato di quello atteso per la Francia in assenza di ulteriori riforme del sistema. Il divario con gli altri quattro principali Paesi dell’UE diventerebbe molto ampio se anche questi ultimi decidessero di riequilibrare il pilastro previdenziale pubblico. In questo caso il tasso atteso di partecipazione raggiungerebbe quasi il 70%, oltre otto punti in più rispetto all’Italia.
Dati questi risultati, non ci resta che considerare misure complementari alternative idonee alle indispensabili riforme del sistema previdenziale che hanno la potenzialità di aumentare il tasso di partecipazione.

4.2 Politiche del lavoro attive

Come evidenziato da Marano e Sestito (2004), gli incentivi per la creazione di posti di lavoro mirano quasi esclusivamente ai nuovi assunti, mentre sono ampiamente trascurati interventi di riorientamento professionale e di formazione continua. Quasi tutti gli incentivi finanziari favoriscono le assunzioni di persone al di sotto dei 25 anni e solo uno ogni sette ha per oggetto i lavoratori con più di 50 anni. La legge del 2003 che riforma il mercato del lavoro introduce alcuni incentivi per i lavoratori più anziani che tentano di reinserirsi nel mondo del lavoro. Allo stesso tempo, però, innalza il limite d’età per i programmi di formazione a 29 anni, a dimostrazione che i posti di lavoro per i disoccupati più anziani non rappresentano una priorità.
Un recente rapporto commissionato dal Ministero del Welfare (2003) individua la distorsione nel sistema degli incentivi, che riguarda sia la domanda sia l’offerta. Per quanto concerne la domanda, ogni misura rivolta ad accrescere l’impiego degli anziani è inevitabilmente in contrasto con le misure in favore delle imprese in crisi o in ristrutturazione. I licenziamenti colpiscono infatti in modo sproporzionato i lavoratori più anziani e, almeno nel passato, erano favoriti dal diffuso ricorso al pensionamento anticipato.
Se il pensionamento è indotto dalla riduzione di dimensione delle imprese o dalla contrazione di un intero settore industriale piuttosto che da una scelta individuale, gli incentivi che provengono dall’offerta sono chiaramente inutili. Per quel che riguarda la domanda, dato che le misure a sostegno delle imprese sono complicate da adottare e di dubbia efficacia, occorrerebbe istituire programmi di qualificazione professionale e formazione continua per i lavoratori più anziani.
Secondo una recente indagine (Porcari et al., 2004) tali iniziative sono virtualmente inesistenti in Italia, sia a livello nazionale sia a livello regionale. Gli incentivi dal lato dell’offerta consistono in incentivi finanziari per mantenere al lavoro i più anziani, che dipendono quasi esclusivamente dalla struttura del sistema pensionistico.

2 Si vedano, ad esempio, Brugiavini (1999) e Franco (2002).
3 Si veda Fornero e Castellino (2001) per una stima quantitativa della variazione del reddito pensionistico.


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