QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

La partecipazione al lavoro degli anziani in Italia: tendenze, cause e questioni di policy

3. Analisi microeconometrica sulla decisione di pensionamento

Gli studi che utilizzano dati individuali sono più adatti rispetto a quelli basati su dati aggregati per valutare come i cambiamenti nell’età pensionabile influenzino l’effettiva età di pensionamento e, più in generale, per stimare le conseguenze dei mutamenti dei regimi pensionistici e del reddito pensionistico previsto.
Uno dei primi studi sugli effetti delle riforme messe in atto negli anni novanta sulle decisioni individuali di pensionamento è stato quello di Miniaci (1998), basato sull’edizione 1995 dell’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane. Miniaci adotta metodi diversi per analizzare le decisioni di pensionamento di uomini e donne. Dapprima stima un multinomial logit per stabilire cosa determina la probabilità che una lavoratore vada in pensione. Per gli uomini, come prevedibile, il numero degli anni di contribuzione è positivamente correlato alla probabilità di andare in pensione, ma quando l’analisi prende in considerazione altri percorsi di uscita dall’attività lavorativa questa relazione si indebolisce. La proprietà di una casa ha una correlazione negativa con la probabilità di andare in pensione: si tratta di un risultato difficile da razionalizzare. Anche gli anni di istruzione hanno una correlazione negativa, che può essere spiegata con l’entrata in età più avanzata nel mondo del lavoro. I risultati che riguardano le donne sono molto meno chiari.
Successivamente l’Autore stima un hazard rate, ovvero la possibilità di andare in pensione a una data età, mettendo in evidenza che, per gli uomini, questo tasso ha due picchi a 60 e a 65 anni, coerentemente con le disposizioni del sistema pensionistico. Per quanto riguarda le donne i picchi sono a 55, 60 e 65 anni, in linea con l’ipotesi che le donne tendono a posticipare il pensionamento, anche se potrebbero uscire prima dal mercato del lavoro.
La stima delle determinanti di questi hazard rate produce gli stessi risultati dell’analisi precedente. Inoltre, una maggiore istruzione porta a un pensionamento tardivo dovuto a un’entrata posticipata nel mondo del lavoro e a una maggiore prospettiva di guadagno. Ciò potrebbe avere conseguenze rilevanti, dal momento che il tasso di sostituzione del reddito dei lavoratori più istruiti (una fascia crescente della forza lavoro) è stato ridotto in misura maggiore rispetto a quello degli altri gruppi dalla riforma del 1995. Infine Miniaci, con l’ausilio di queste stime, valuta l’effetto di una riduzione del tasso di sostituzione sull’età di pensionamento prevista: una riduzione del 10% lo incrementerebbe in media di due mesi, una riduzione del 20% di 4,5 mesi.
Brugiavini e Peracchi (2003) fanno ricorso ai dati individuali degli archivi dell’INPS, l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, per studiare le decisioni di pensionamento del settore privato, degli impiegati (con esclusione di quelli del settore agricolo) tra il 1977 e il 1997, concentrandosi sull’importanza degli incentivi finanziari inseriti nel sistema pensionistico. Inizialmente derivano una misura di ricchezza pensionistica (SSW), definita come il valore scontato del flusso futuro di benefici pensionistici: questo valore e la sua variazione nel tempo contengono sia le aspettative degli individui sulla rendita futura sia gli effetti delle regole della previdenza pubblica. Successivamente, stimano dei modelli probit considerando, come variabile dipendente, la probabilità di pensionamento e, come variabili esplicative, il reddito da lavoro attuale e previsto, la SSW, l’età e l’appartenenza a specifiche coorti. Come previsto un reddito futuro più elevato riduce la probabilità di pensionamento, mentre una ricchezza pensionistica più elevata e un più alto reddito pensionistico aumentano tale probabilità.
Infine, Brugiavini e Peracchi utilizzano i coefficienti stimati per un esercizio controfattuale, nel tentativo di stimare quali sarebbero i tassi di uscita e i tassi di occupazione con regimi alternativi di previdenza sociale. Considerano quattro scenari: il vecchio regime, le riforme introdotte nel 1992 dal Governo Amato, quelle introdotte dal Governo Dini nel 1995 e perfezionate da Prodi nel 1997 e, infine, “il modello di aggiustamento attuariale” caratterizzato da un’età di pensionamento anticipato a 60 anni e un’età regolamentare a 65, con pensioni calcolate sulla media dei contributi degli ultimi cinque anni, un tasso di sostituzione del 60% con una riduzione attuariale annua del 6% per le pensioni anticipate e un corrispondente incremento per ogni anno di posticipo del pensionamento. Allontanarsi dal regime esistente prima del 1992 implica una sostanziale riduzione del tasso di pensionamento per il gruppo di persone tra i 50 e i 60 anni. Le riforme Dini/Prodi e la correzione attuariale hanno l’incidenza massima. È interessante notare, tuttavia, che la riforma Dini/Prodi provoca un aumento del tasso di pensionamento dopo i 60 anni, dovuto al considerevole calo della SSW per gli anni successivi. Solo lo schema di correzione attuariale provoca un aumento del tasso di occupazione per gli ultrasessantenni.
Spataro (2003) valuta l’importanza delle differenze nelle formule di calcolo delle pensioni del settore privato e del settore pubblico sulla decisione di andare in pensione e il ruolo di altre differenze strutturali, utilizzando i dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane per gli anni 1995 e 1998, concentrandosi sui lavoratori maschi.
Diversamente da Brugiavini e Peracchi, Spataro trova che il fattore più importante nella scelta di andare in pensione per entrambi i gruppi di lavoratori è il tasso di sostituzione, non la ricchezza pensionistica. Anche i limiti legali di età sembrano fornire un buona spiegazione, ma solo se associati ad altri fattori sociali (che l’autore definisce come “regole sociali” e “regole empiriche”). La decisione di andare in pensione nel settore privato sembra essere molto più legata ai limiti di età e a un adeguato tenore di vita per l’anzianità: in particolare, la proprietà di una casa è una variabile esplicativa molto importante. Questi risultati suggeriscono, secondo l’Autore, che per aumentare l’effettiva età di pensionamento ogni riforma del sistema previdenziale dovrebbe ridurre il livello iniziale della pensione ottenibile raggiunto il limite di età e rendere l’incremento delle pensioni più dipendente dall’età. Inoltre, i benefici pensionistici crescenti in senso attuariale dovrebbero ridurre i tassi di pensionamento.

4. Interventi di policy

L’incremento dell’occupazione dei più anziani si può ottenere con interventi di diversa natura. I risultati riguardo le decisioni di pensionamento, come abbiamo constatato, dimostrano che una maggiore severità nelle regole di idoneità e la riduzione del tasso di sostituzione possono avere effetti di rilievo. Ma anche politiche dell’occupazione attive possono fare molto per incrementare il tasso di occupazione dei lavoratori più anziani.
Di seguito analizziamo gli effetti delle riforme pensionistiche sull’età di pensionamento. Inoltre considereremo possibili misure alternative in Italia e cercheremo di valutare fino a che punto queste potrebbero aumentare i tassi di partecipazione.


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