QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Il ruolo delle assicurazioni private in una società di fronte all’allungamento del ciclo di vita

4. Gli italiani e i bisogni di sicurezza della terza e quarta età

Le caratteristiche elencate evidenziano lo stretto rapporto esistente tra una compagnia assicurativa e il contesto in cui opera, ma ci offrono anche lo spunto per comprendere meglio quale deve essere la sua collocazione all’interno della società civile. Un contributo decisivo ci è offerto da un’indagine svolta dall’IRSA in collaborazione con Eurisko, intitolata “Il bisogno di sicurezza degli Italiani”, dalla quale emerge che gli italiani, tra le categorie di rischio, mettono al primo posto l’inadeguatezza e l’incertezza della pensione, seguita dall’insidia della malattia e la perdita dell’autosufficienza, due voci chiaramente riconducibili alle tutele dello stato sociale. Nonostante il timore di non riuscire a mantenere in vecchiaia un adeguato tenore di vita e buone condizioni di salute, gli italiani continuano a percepire l’assicurazione principalmente come una tassa da pagare.
A motivare questo giudizio concorrono probabilmente le caratteristiche di un prodotto complesso, che oltre a essere immateriale, ha un valore non sempre intuitivo e comunque difficile da comunicare con semplicità. A ciò va aggiunto che la prestazione delle assicurazioni (la liquidazione di un sinistro o la corresponsione di una rendita o di un capitale) è sempre posticipata rispetto al pagamento del premio, e comunque è incerta e talvolta indiretta: le assicurazioni intervengono soltanto al verificarsi dell’evento oggetto di copertura, e in molti casi il soggetto beneficiario è diverso dal contraente.
La percezione dell’assicurazione come obbligo ha portato a un basso indice di penetrazione assicurativa, in particolare nei rami Danni, facendo dell’Italia un Paese sotto-assicurato: se si esclude il ramo R.C. Auto (che è per l’appunto un’assicurazione obbligatoria), l’Italia ha una delle percentuali di penetrazione più basse in Europa sui rami Non Auto, collocandosi all’1% del rapporto Premi Non Auto/PIL, pari alla metà o anche un terzo rispetto agli altri Paesi europei.
Dati inequivocabili, che ci dicono come in Italia non esista ancora una matura cultura dell’assicurazione, ipotesi confermata dal fatto che di fronte ai principali rischi percepiti, gli italiani continuano a vedere nello Stato, cioè nell’ente pubblico, l’unico referente credibile. Soltanto in caso di incidente, infatti, la compagnia assicurativa costituisce un punto di riferimento.
Benché la cittadinanza percepisca l’ente pubblico come il principale referente di ogni domanda sociale, quest’ultimo non potrà reggere da solo il peso del bisogno crescente di protezione, circostanza che pone le compagnie di fronte alla necessità di attivare nuove strategie di “posizionamento sociale”, dal momento che l’insufficienza dello Stato nel garantire la sicurezza sociale non determina automaticamente un’affermazione dei servizi privati e delle istituzioni intermedie.
Gli italiani, in particolare, si rivelano piuttosto attenti all’offerta di sicurezza sanitaria privata, tuttavia sono poco abituati a rivolgersi all’assicurazione per soddisfare questo tipo di servizio. I dati sulla spesa sanitaria privata nel nostro Paese, comparati a quelli di Francia e Germania, lo confermano (figura 4): partendo da una quota di copertura sanitaria nazionale sostanzialmente analoga (in Francia il servizio pubblico copre il 75,8% del fabbisogno, in Germania il 75% e in Italia il 73,4%) nel nostro Paese il 22,6% delle famiglie ricorre a spese sanitarie private non coperte, percentuale che si ferma rispettivamente al 10,4% e al 10,5% per francesi e tedeschi. Tuttavia, mentre in Italia la spesa delle assicurazioni private rappresenta lo 0,9% del totale, il 12,7% dei francesi e il 12,6% dei tedeschi si affida alle compagnie assicurative per la propria protezione sanitaria.

Figura 4: Sanità e assistenza: elevato ricorso a servizi privati a pagamento
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Fonte: ANIA.

Questo comportamento conferma da un lato l’assenza di una cultura assicurativa nel nostro Paese, dall’altro ribadisce la necessità di svilupparla per raggiungere gli standard dei principali Paesi europei.
La responsabilità sociale, in questo contesto, può rivelarsi un’occasione importante per sviluppare l’incontro tra il bisogno collettivo di protezione e l’offerta di risorse, promuovendo un modello di stretta collaborazione tra il sistema pubblico e le assicurazioni private.

5. Verso un sistema previdenziale “multipilastro”

Come si configurerà questa collaborazione tra l’ente pubblico e il privato? Quali saranno gli spazi di manovra e gli ambiti d’intervento in cui potrà inserirsi l’offerta delle assicurazioni? Oggi l’Italia è il Paese europeo che ha la spesa previdenziale più alta, dato che contrasta con la più bassa percentuale di incidenza della spesa sanitaria sul PIL. Se il costo della previdenza sociale copre circa il 14% del PIL, questo sistema, già fortemente fragile e squilibrato, è destinato a rischiare il collasso nel 2031, quando la “gobba pensionistica” toccherà l’apice del 15,80% del PIL. La progressiva crescita della spesa sociale, dovuta al processo di senilizzazione della società, renderà necessaria una riduzione della pensione pubblica, come dimostrano le previsioni dei tassi di sostituzione futuri, dai quali emergono numeri allarmanti: mentre nel 2000 la pensione pubblica di un dipendente privato con 35 anni di contribuzione era pari al 67,3% dell’ultimo stipendio, si stima che nel 2050 quella percentuale scenderà al 48,1%, cioè meno della metà dell’ultima busta paga.
Questa proiezione è già sufficiente a capire che nei prossimi decenni il mantenimento di un buon tenore di vita nella vecchiaia dovrà essere “pianificato” per tempo integrando la pensione sociale con forme previdenziali private. Lo scenario previdenziale dei prossimi anni vedrà dunque evolvere l’attuale sistema verso un modello pensionistico “multipilastro”, che consentirà di superare la situazione di squilibrio del sistema pubblico (primo pilastro) attraverso lo sviluppo di strumenti di previdenza integrativa in forma collettiva (secondo pilastro) e in forma individuale (terzo pilastro). Attualmente gli iscritti a forme pensionistiche complementari, tra fondi pensione e pip, sono circa 2,9 milioni, pari al 12% degli occupati, mentre le risorse destinate alle prestazioni ammontano a circa 42 miliardi di euro, pari al 3% del PIL. In particolare (figura 5), 1,1 milioni di italiani sono iscritti a un fondo pensione negoziale, circa 400.000 a un fondo pensione aperto e 735.000 a una Polizza Individuale di Previdenza; mentre gli iscritti ai fondi pensione preesistenti, ovvero istituiti prima del 1993, sono 660.000.

Figura 5: Difficoltà di decollo della previdenza complementare
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Fonte: ANIA.

La finalità della riforma delle pensioni, tuttora in corso di discussione, dovrebbe essere quella di favorire il decollo della previdenza complementare in una logica di sussidiarietà con l’intervento pubblico. È tuttavia fondamentale che venga salvaguardata la libertà del lavoratore che deve poter scegliere tra le diverse forme previdenziali senza alcun vincolo. In tal modo si porranno le basi per uno sviluppo competitivo ed efficiente del mercato e per la diffusione di una matura cultura previdenziale, fondata sull’informazione e la trasparenza e una scelta consapevole di ciascun individuo della forma più aderente alle proprie esigenze.


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