QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

L’invecchiamento del Regno di Mezzo: aspetti demografici ed economici delle politiche pensionistiche in Cina

5. La lunga marcia verso la riforma delle pensioni

Per far fronte alla sfida dell’invecchiamento, la Cina dovrà apportare a comportamenti e aspettative modifiche tanto profonde quanto la stessa trasformazione demografica in atto. I leader di oggi sono cresciuti in un periodo caratterizzato dalla presenza di molti giovani e da forti preoccupazioni per un incremento demografico fuori controllo. Dalla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, la popolazione è cresciuta in maniera impressionante: 750 milioni di persone, un aumento che da solo rappresenta due volte e mezza l’intera popolazione degli Stati Uniti. Da giovani, pochi dei leader politici attuali si sarebbero potuti immaginare che un giorno avrebbero dovuto affrontare un futuro in cui la popolazione cinese non solo avrebbe iniziato a invecchiare, ma anche a diminuire.
Fortunatamente, la Cina sta iniziando ad affrontare la sfida dell’invecchiamento. A partire dalla fine degli anni Novanta, il Consiglio di Stato, il più alto organo esecutivo cinese, ha iniziato ad ampliare la copertura prevista dal sistema delle pensioni di base, includendo anche il settore privato nelle città. Allo stesso tempo ha dato inizio alla transizione dal vecchio sistema di ritenute alla fonte, che prevede la tassazione dei lavoratori per pagare i pensionati attuali, a un nuovo regime di prestazioni a scalare finanziato alla fonte e di fondi pensione individuali.
Tuttavia, secondo la maggior parte degli osservatori la riforma finirà per andare incontro a problemi seri. Le imprese private cercano di sottrarsi alla partecipazione al regime pensionistico, dato che la maggior parte dei loro contributi va a coprire il passivo a ripartizione delle imprese pubbliche. Nel 2002 oltre nove lavoratori del settore privato su dieci continuavano a non avere alcuna copertura pensionistica. Nel contempo, i fondi individuali, che sono amministrati dagli enti previdenziali di comuni e province, non raccolgono risparmi né vengono investiti. I contributi dei lavoratori vengono trattati semplicemente come gettito fiscale e impiegati per colmare il crescente deficit della parte a ripartizione del regime pensionistico.
Come può una Cina che si sviluppa rapidamente ma rimane un Paese povero assistere gli anziani di domani senza pesare eccessivamente sulle future generazioni di giovani? Come è possibile applicare e concretizzare le disposizioni delle riforme governative in materia di pensioni che finora sono rimaste lettera morta?
Alla base del sistema pensionistico ci deve essere un ombrello di protezione universale contro una vecchiaia in povertà. Come minimo, quest’ombrello dovrebbe coprire l’intera forza lavoro urbanizzata e i lavoratori rurali delle cosiddette imprese di cittadine e paesi. Nel tempo, si dovrebbe espandere fino a comprendere anche gli agricoltori. Per garantire un’ampia partecipazione, i tassi di contribuzione devono essere modesti, il che implica che il governo centrale deve assumersi la responsabilità di colmare il deficit pensionistico a ripartizione delle imprese di Stato. La lezione che si può trarre dalle recenti riforme governative è chiara: accollare al nuovo regime pensionistico i debiti del vecchio sistema porta a un’evasione di massa. I costi ereditati dalle imprese pubbliche sono un problema collettivo, e dovrebbero essere coperti dal gettito fiscale nazionale, non dai contributi provenienti dalla busta paga dei lavoratori. In effetti la Cina si è già mossa in questa direzione con la creazione, avvenuta nel 2000, del “Fondo previdenziale nazionale”, un fondo pensione di emergenza interamente finanziato dalla privatizzazione delle proprietà statali.
Oltre a una solida protezione contro la povertà durante la vecchiaia, la Cina ha bisogno di un sistema obbligatorio e a capitalizzazione di pensioni integrative. Per fare in modo che il finanziamento avvenga in maniera corretta, ai lavoratori devono essere concessi diritti di proprietà sui fondi, e questi dovrebbero essere gestiti da fiduciarie indipendenti dal governo. Sgombriamo il campo da ogni dubbio: non si tratta di un invito a privatizzare il sistema delle pensioni pubbliche. Il patrimonio dei fondi a capitalizzazione sarebbe una proprietà individuale gestita in maniera indipendente, ma il sistema rimarrebbe un programma pubblico di assicurazione sociale, istituito e controllato dal governo.
Il governo dovrà risolvere questioni importanti, se vuole istituire un sistema gestibile. A livello locale sarà necessaria un’infrastruttura in grado di incanalare i contributi dei lavoratori e imprenditori verso i gestori dei fondi. A livello nazionale ci dovrà essere un organo centrale di supervisione che certifichi i gestori e definisca tutti gli aspetti che vanno dalle linee guida per gli investimenti alle norme per il recesso. Per ottenere la fiducia degli utenti, il governo deve garantire allo stesso tempo la sicurezza e la trasparenza del sistema, dovrà migliorare gli standard relativi a contabilità, informative, fiduciarie e finanziamenti. Negli Stati Uniti e in altri Paesi sviluppati esistono organismi di controllo come la Commissione di vigilanza sulla Borsa che hanno stabilito regole severe per salvaguardare gli interessi dei singoli investitori; la Cina ha appena iniziato a mettere in atto le necessarie garanzie.


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