Salute e disabilità: il caso italiano
2. La disabilità: accesso all’istruzione e l’inserimento nel mondo del lavoro
Partiamo dal presupposto che l’integrazione sociale delle persone con disabilità sia un indicatore forte dello stato di welfare. Questo obiettivo riconosciuto e perseguito dalle politiche nazionali ed europee trova il suo naturale appoggio in un passaggio fondamentale quale l’accesso all’istruzione. Fin dagli anni ’70, l’Italia riconosce l’importanza dell’integrazione scolastica per cui gli alunni con disabilità sono ammessi nella “scuola normale”, privilegiando il valore della socializzazione rispetto all’ipotesi di una maggior efficacia formativa ottenuta però nell’ambito di “scuole speciali” per soli disabili.
Alcuni dati per una analisi possono essere ricavati da diverse fonti: l’indagine “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari” dell’Istat, relativa al periodo 1999-2000, ove si possono ricavare anche le informazioni relative al livello d’istruzione; il sistema informativo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (SIMPI); la banca dati MIUR-CINECA, aggiornata al momento della nostra consultazione al 2003.
Nell’anno scolastico 2001/2002 gli alunni disabili frequentanti la scuola dell’obbligo risultavano essere 138.648 su una popolazione totale di alunni frequentanti di 7.607.969; nell’anno scolastico 2003/2004 gli alunni disabili erano 151.289 su un totale di 7.671.252. Come si può vedere il trend di crescita degli alunni disabili è decisamente più alto rispetto a quello degli alunni totali. Interessante anche quantificare lo sforzo messo in campo per rendere possibile questa integrazione: negli anni di riferimento il numero di insegnanti di sostegno era rispettivamente di 74.800 e di 79.800. Gli studenti disabili iscritti alle diverse Università Statali in Italia risultavano essere 4.813 nell’anno accademico 2000/2001 e 6.980 nell’anno accademico 2002/2003 con un incremento pari al 46%. La distribuzione per tipologia di disabilità mostra che gli studenti con disabilità motorie costituivano la percentuale maggiore (33%) degli iscritti disabili nell’anno accademico 2002/2003, mentre le percentuali minori si riscontravano nei casi di studenti con difficoltà mentali (3%) e con dislessia (1,3%). Purtroppo non siamo riusciti ad avere dati certi e omogenei sul totale della popolazione disabile di riferimento, per cui, pur evidenziando il trend positivo testimoniato dai dati reperiti, non ci è stato possibile dimensionare l’entità della risposta al bisogno. Avremmo anche voluto poter valutare l’efficacia della formazione dedicata ai disabili, tenendo anche conto dell’impegno considerevole costituito dall’impiego di quasi 80.000 insegnanti di sostegno. Anche in questo caso, non siamo riusciti a trovare dati relativi al livello di apprendimento effettivamente acquisito a seguito del percorso formativo mirato e del periodo di integrazione. Possiamo quindi valutare positivamente il valore sociale dell’inserimento scolastico dei disabili, ma mancano elementi per definire il livello di efficacia che la formazione può raggiungere, anche in rapporto al fatto che essa dovrebbe essere propedeutica all’inserimento lavorativo. Quest’ultimo e l’autonomia economica parziale o totale che da esso può derivare, sono fattori essenziali per una integrazione sociale delle persone disabili. La legislazione italiana, che ha sempre dimostrato attenzione a questo aspetto, ha avuto un’evoluzione significativa con la legge 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” la cui finalità è “la promozione dell’inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato”. Circa il 45% delle persone che hanno titolo per usufruire della legge sulle assunzioni obbligatorie è occupato (Fonte: Ministero del Lavoro, 1966-2000). I livelli sono più alti al nord e decrescono passando al centro e poi al sud. Il tasso di occupazione delle persone con disabilità è pari al 19,3% della forza lavoro (Istat 2002), anche se non sono reperibili dati sulla tipologia di disabilità e una valutazione certa che sia di tipo permanente. Un grande contributo all’offerta di lavoro alle persone disabili è costituito in Italia dalle Cooperative Sociali: nel 2001 erano 2.059 e le persone con disabilità fisica, psichica e sensoriale rappresentavano il 50,4% del totale delle persone impiegate.
Da questi dati sembra di poter dire che non sono mancati risultati positivi derivanti dai molteplici interventi normativi e da un positivo impegno sociale e va sottolineato che il complesso problema della disabilità è stato affrontato a seconda delle competenze, dall’Istruzione, dal Sociale, dal Lavoro e dalla Sanità.
Quest’ultima ha reso obbligatori nell’organizzazione delle Aziende Sanitarie i Distretti Socio-sanitari come luogo di integrazione e di coordinamento degli interventi che comportano risorse provenienti dalla sanità e dal sociale.
Tra i compiti delle Aziende Sanitarie c’è anche l’elaborazione dei Piani di Zona che rappresentano lo sviluppo operativo di interventi integrati relativo ad aree specifiche e che derivano dal confronto con Province, Comuni, Aziende Sanitarie Locali e operatori del Terzo Settore. La legge quadro 328/01 dell’assistenza sociale prevede, tra l’altro, l’elaborazione dei Livelli Essenziali di Assistenza Sociale (LEAS) che dovrebbero ridefinire i servizi da garantire, i livelli di coordinamento e le competenze dei diversi settori.
Pur non mancando dati attendibili sullo stato di salute della popolazione italiana, per quanto riguarda la disabilità vanno tuttavia segnalate delle criticità di tipo quantitativo e qualitativo. I dati confortanti, almeno per il trend, relativi alla scolarità e all’occupazione sono però privi di una cifra certa sulla popolazione disabile di riferimento: si ha spesso a che fare con stime che variano in modo considerevole a seconda dei criteri adottati. Inoltre non possediamo conoscenze significative sul “functioning” a parità di diagnosi. La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della disabilità e della Salute, proposta dall’OMS, se adottata e applicata su tutto il territorio nazionale, potrebbe essere uno strumento di grande utilità per conoscere e dimensionare più correttamente il problema, misurare l’efficacia degli interventi, valutare i benefici delle diverse scelte organizzative e, conseguentemente, se necessario, riorientare le politiche. Queste ultime hanno un’importanza fondamentale non solo per indicare e rendere disponibili gli strumenti per risolvere i problemi, ma anche per modificare gli orientamenti culturali. Le scelte legislative, che in Italia hanno sempre privilegiato l’inserimento del disabile nel cosiddetto “mondo normale” hanno prodotto significativi cambiamenti nei comportamenti: se prima il “dramma della disabilità” si consumava prevalentemente in ambito domestico, oggi la cultura prevalente è indirizzata verso una dimensione di accoglienza da parte della società che si concretizza anche nel facilitare l’accessibilità alla scuola o al mondo del lavoro e nel tentativo di valorizzare le capacità residue. Senza perdere la dimensione della socializzazione, una maggior attenzione dovrebbe essere posta sulla valorizzazione delle capacità della persona disabile e rivedere quanto si sta facendo anche sotto il profilo dell’efficacia.
Infine, trattando i temi della disabilità, dell’integrazione, della salute e della cultura viene spontaneo chiedersi che cosa sia la “normalità”. Le conclusioni sono lasciate alla riflessione sul commento che l’autore di Nati due volte (G. Pontiggia, Ed. Mondadori, 2000) fa sul suo stesso libro.
“Nati due volte è un romanzo dedicato al tema dell’handicap affrontato in una chiave né patetica, né edificante, direi lucida. Un padre racconta il suo rapporto con il figlio spastico e il rapporto di padre, figlio, parenti con i medici e con la scuola. Il discorso si estende a tanti personaggi che hanno a che fare con l’handicap. Ho voluto raccontare il fatto che l’handicap è in tutti noi. Quello che racconto, insieme al rapporto di un padre con il figlio, è l’handicap di tutta la società che non lo sa affrontare, perché rifiuta il senso del limite. Potrebbe ancora una volta intravedersi il tema della fuga, ma in modo ribaltato: mostro il tentativo di fuggire dall’handicap da parte di quelli che credono di non averne, mentre è una condizione con la quale dobbiamo convivere.”
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