QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Uno sviluppo guidato dall’occupazione può considerare lo svecchiamento una risorsa?

2. Economia e cultura

Gibran ha scritto che “il lavoro è amore rivelato”. Tutti, compresi i malati e i disabili, possono lavorare e svolgono un qualche tipo di lavoro. Non tutti i lavori sono svolti da occupati. In realtà, il concetto di occupazione nel suo significato attuale risale solo a pochi secoli fa. Comunque, anche nell’accezione odierna, l’occupazione riveste una notevole importanza dal punto di vista sociale, economico e politico.
Nel corso degli ultimi due secoli, la struttura dell’occupazione è mutata. Innanzitutto, nei Paesi sviluppati la percentuale di persone impegnate nell’agricoltura è calata dal 90% a circa il 5%. Anche la quota di lavoratori del settore manifatturiero è diminuita, in genere scendendo sotto il 40%. I rimanenti sono impegnati in quella che viene definita economia dei servizi. Questo termine raggruppa un’ampia gamma di attività, dai camerieri e dagli impiegati ai medici, ai ricercatori e agli educatori, ed è quindi necessario disaggregare questo settore. Tuttavia, prima di fare qualsiasi tentativo in tal senso, è necessario distinguere tra lavoro monetizzato, non monetizzato e non monetarizzato.13 Il periodo industriale classico è caratterizzato da occupazione produttiva in cui il lavoro è remunerato, cioè monetizzato. Tutte le attività non remunerate che hanno un valore di mercato, per es. i nonni che si prendono cura dei nipotini, sono non monetizzate. Si stima che il totale delle attività non monetizzate a livello mondiale rappresenti circa il 70% del totale globale delle attività monetizzate. Esiste però una parte di attività monetizzate che non possono essere facilmente espresse in termini monetari: le definiamo attività non monetarizzate o non monetarizzabili, le quali comprendono svariate forme di autodidattica e autoproduzione, il che induce Alvin Toffler a sostenere che il consumatore moderno si è trasformato in un produttore-consumatore, cioè un «prosumatore». Molte attività che oggi rientrano nel settore dei servizi si trasformano costantemente in attività non monetarizzate: per es. i ristoranti self-service e i viaggiatori che pianificano da soli gli itinerari e si procurano prenotazioni e biglietti su internet. Le transizioni e trasformazioni che investono questi due ambiti non rappresentano fenomeni nuovi: tutto ciò accadeva già in passato. Come a suo tempo preconizzato da J. Tinberger, il primo Nobel per l’economia, è necessario migliorare il concetto di PIL.14 Secondo la mia opinione, è auspicabile distinguere gli ambiti della ricerca, dell’istruzione e della sanità dalle altre attività che confluiscono nel settore dei servizi.
In secondo luogo, la riduzione della forza lavoro nei settori agricolo e manifatturiero riflette il fatto che oggi sono necessarie meno giornate-persona per ottenere gli stessi risultati in questi campi. Ciò vale anche per altri ambiti, per es. le attività militari durante i conflitti armati. Tale riduzione è un prodotto della scienza e della tecnica. Esistono però attività che richiedono un numero maggiore di giornate-persona, e queste sono la ricerca, l’istruzione e l’assistenza sanitaria. Contrariamente a idee quali la fine della storia, la fine della politica, ecc., e a differenza di quanto sostenuto nel libro di J. Horgan intitolato The End of Science,15 la ricerca e l’istruzione — e di conseguenza l’assistenza sanitaria — non hanno mai termine.
Lavorando, una persona espande la propria libertà e contribuisce al benessere dei propri simili. Il lavoro fa parte dei diritti umani fondamentali. Si può dubitare che il libero mercato sia uno strumento adeguato per garantire il rispetto di qualsivoglia diritto umano. Ma anche se non riesce essere adeguato come unico strumento, potrebbe comunque dare il suo apporto insieme ad altri. Per esempio, sarebbe disastroso ridurre la ricerca e lo sviluppo esclusivamente alle richieste e agli stimoli del mercato, ma sarebbe sbagliato anche escludere completamente il libero mercato da queste attività, come pure dai settori dell’istruzione e della sanità.
Anche se l’occupazione rappresenta solo un sottoinsieme limitato dell’intero concetto di lavoro, attualmente la disoccupazione è un problema serio anche in quei Paesi in cui non ha superato la soglia d’allarme, diciamo il 20%. In India, ciò ha indotto il partito del Congresso a prendere in considerazione la possibilità di introdurre una garanzia costituzionale dell’occupazione.16 Occupazione garantita non significa (né dovrebbe significare) occupazione rigida, la garanzia di conservare il posto di lavoro attuale. È evidente che le mutazioni improvvise richiedono di cambiare lavoro. Un’economia vitale necessita della possibilità di sostituire facilmente i lavoratori, il che significa licenziamenti e assunzioni facili. Tali caratteristiche del mercato del lavoro, associate al fatto che sono necessarie meno giornate-persona per ottenere i medesimi risultati, conducono quasi inevitabilmente a una forte eccedenza di manodopera, e quindi alla disoccupazione.
L’unica soluzione risiede nel creare un fabbisogno di manodopera molto maggiore, possibilmente per impieghi differenti da quelli odierni, pur mantenendo alcune somiglianze. Per esempio, le aree in cui la richiesta di lavoratori è di gran lunga superiore all’offerta sono la ricerca e lo sviluppo, l’istruzione e l’assistenza sanitaria, per tutti quei compiti caratterizzati da forti rischi e creatività accentuata. Naturalmente, i lavoratori necessari a queste mansioni devono avere delle qualifiche abbastanza diverse da quelle che caratterizzavano i loro genitori appena dieci anni fa. Ma soprattutto dovranno essere capaci di cambiare.
Sembra che l’idea di un’occupazione garantita costituzionalmente sia anche in grado di fornire ulteriore slancio alla creazione di una società basata sulla conoscenza, un società in cui la maggioranza dei cittadini sarà costantemente impegnata nell’apprendimento e in attività creative in tutte le sfere sociali.
Lo sviluppo dipende fortemente dalla diversità biologica e culturale.17 L’ambiente modella le specie biologiche per mezzo dell’evoluzione. Le culture nascono e si evolvono con costanti interazioni reciproche; talvolta apparteniamo a più di una cultura, e nessuna cultura può dirsi completa senza tali interazioni. Sebbene la salvaguardia della molteplicità culturale sia fondamentale, mantenere una cultura immutata non è né possibile né auspicabile. Ritengo che tutte le culture debbano cambiare: modificare le culture, mantenendo nel contempo la rispettiva essenza (è necessario affrontare e verificare la questione di «quale sia la loro essenza»), rappresenta un compito di primaria importanza per la società contemporanea. Ogni modificazione, ogni mutamento è un imperativo, ma anche un rischio. Al fine di minimizzare tale rischio è necessario che qualsiasi mutamento culturale soddisfi le quattro condizioni seguenti: in primis, riconoscimento e rispetto dei diritti umani individuali; in secondo luogo, compatibilità con la globalizzazione e la società basata sulla conoscenza;18 in terzo luogo, l’unicità della cultura; infine, la capacità della cultura di cambiare senza perdere il proprio valore.

3. invecchiamento e svecchiamento

Il fatto che la demografia indichi che tra 50 anni il numero di ultrasessantacinquenni supererà il 50% delle persone in età compresa tra i 20 e i 64 anni e che il numero di centenari continuerà ad aumentare viene definito invecchiamento. Il rapporto del 50% è chiamato rapporto di dipendenza, a indicare che i più anziani dipendono in tutto da chi appartiene alla fascia tra i 20 e i 64 anni.
Entrambe queste affermazioni sono imprecise, e in più non sono sostenibili né dal punto di vista economico né da quello sociale. In primo luogo, la speranza di vita è cambiata drasticamente nel corso degli ultimi 100 anni e al momento sta aumentando di tre mesi ogni anno. Ciò significa che oggi un settantenne ha una speranza di vita maggiore di un cinquantenne vissuto un secolo fa; inoltre la qualità della vita di un settantenne di oggi è notevolmente superiore a quella di un cinquantenne di un secolo fa. Anche facendo riferimento al concetto di speranza di vita attiva e in salute (HALE), rimane valida la conclusione che gli ultrasettantenni conducono una vita attiva e in buona salute.19 In secondo luogo, alcuni grandi personaggi hanno raggiunto i traguardi più significativi dopo i 70 anni. È necessario studiare la capacità lavorativa e la creatività dopo i 60 anni, ma ci si attende che gli anziani, persino i più anziani, possano essere creativi e socialmente attivi. In terzo luogo, gli anziani hanno un’esperienza che rimane semplicemente preclusa alle generazioni più giovani e tale esperienza deve essere sfruttata, non andare sprecata. In quarto luogo, neppure i malati o i disabili devono dipendere completamente dagli altri.
Le parole sono portatrici della connotazione che hanno assunto con l’uso. Di conseguenza, il termine “invecchiamento” ha ancora il medesimo significato che aveva un secolo fa, mentre in realtà abbiamo bisogno di una parola nuova. È stata proposta l’espressione “counter-ageing” (lett. “contro-invecchiamento”, N.d.T.),20 ma riteniamo che la traduzione italiana —svecchiamento21 — sia anche migliore e ne proponiamo l’adozione.

13 Cfr. rif. 3, pp. 86-88.
14 Già nel 1908 A. Pigou ha fatto notare il paradosso secondo il quale una persona che assume un/a domestico/a e poi lo/la sposa, causa una diminuzione del Pil. J. Tinberger ha gettato le basi per una rivisitazione del concetto di Pil. Nel 1995 il Pil mondiale è stato stimato nell’ordine dei 23.000 miliardi di dollari, mentre nello stesso anno il contributo delle attività non monetizzate ammontava a 16.000 miliardi di dollari (cfr. rif. 3, p. 88). Nel 2001 il Rnl — reddito nazionale lordo — è stato stimato sui 31.700 miliardi di dollari, passati a 36.500 miliardi nel 2003.
15 J. Horgan (1996): The end of Science, Helix Books, Addison-Wesley Publishing Company, Reading, MA.
16 M.S. Swaminathan (presidente della commissione) (1994): Uncommon Opportunities. An Agenda for Peace and Equitable Development, Relazione della Commissione internazionale per la pace e l’alimentazione, Zed Brooks, London and New Jersey.
17 Harlan Celevland, World Academy of Art and Science, Annual Conference 1994, Minneapolis, USA; H. Cleveland (1993): Birth of a New World, Jossey-Bass Publ., San Francisco.
18 Ivo Šlaus e Mario Šlaus (2003): “Knowledge-based society”, Acque & Terre, XIC, n. 2, marzo-aprile, pp. 37-40/ pp. 61-63.
19 J-P. Michel e J-M. Robine (2004): “A new general theory of population ageing”, The Geneva Papers, 29, n. 4, pp. 667-678.
20 O. Giarini (2000): “An ageing society? No, a counter-ageing society”, The Four Pillars, Geneva Association Information Letter, Geneva, August.
21 R. Cagiano de Azevedo (2003): “Invecchiamento o svecchiamento: questo è il problema?” Giornale dell’Istituto Italiano degli Attuari, 66, pp. 119-144, Roma.


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