QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Uno sviluppo guidato dall’occupazione può considerare lo svecchiamento una risorsa?

1. La transizione demografica

Appena 20 anni fa ci preoccupavamo dell’esplosione demografica. Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno più complesso: mentre in alcuni Paesi l’aumento esponenziale della popolazione conduce a una distribuzione dell’età tale per cui la maggioranza degli abitanti ha meno di 25 anni, nella maggior parte dei Paesi sviluppati il tasso di fertilità è sceso a circa l’1,5 (notevolmente inferiore al livello di sostituzione del 2,1) e la speranza di vita è aumentata, per cui il numero degli ultrasessantenni ha superato quello dei giovani sotto i 25 anni.
Tale fenomeno, chiamato transizione demografica,1,2 è emerso in un lasso di tempo ridotto, è il risultato dei grandi miglioramenti nel settore sanitario determinati da scienza e tecnologia, e si sta verificando per la prima volta nella storia dell’umanità. In più, a questo scenario si sovrappongono migrazioni imponenti. La transizione demografica è causa di tensione tra regioni e nazioni, talvolta anche in seno al medesimo Paese, e impone ai sistemi di assistenza sanitaria e sociale di soddisfare esigenze specifiche. Al momento non sembra esservi nessun Paese in grado di sostenere le enormi spese pensionistiche che si sono rese necessarie, né di garantire livelli di assistenza sanitaria appena adeguati.3 Inoltre, quei Paesi che oggi sono interessati dall’aumento demografico presto avranno una larga fetta di ultrasessantacinquenni. Alcune culture danno la preferenza ai discendenti maschi e, poiché i progressi in campo medico permettono di scegliere, in alcuni Paesi mancano le donne. In ambienti culturali diversi la distribuzione dell’età comporta implicazioni diverse. I sistemi di istruzione e informazione permettono anche ai giovanissimi di informarsi e compiere diverse azioni che non necessitano di forza fisica o maturità emotiva; d’altra parte, il prolungamento del periodo d’istruzione allontana i giovani dalla produttività economica e dal matrimonio, riducendo considerevolmente l’intervallo durante il quale le donne prendono in considerazione la maternità.
Il Club di Roma è stato tra i primi a sottolineare l’importanza dei limiti alla crescita.4 Nello specifico, risulta insostenibile un aumento demografico esponenziale caratterizzato da un tempo di raddoppiamento che da 40 anni passa a meno di 25. Critiche e suggerimenti vari hanno contribuito a migliorare la formulazione originaria dei Limiti,5 ma i concetti principali di sviluppo sostenibile6 e consumo sostenibile7 sono ormai ampiamente condivisi. È interessante soffermarsi sul perché l’importanza dei limiti non sia stata colta dal processo politico o dalle accademie delle scienze.
Allo stato attuale, la natura del processo politico è tale che qualsiasi prospettiva a lungo termine risulta intrinsecamente debole. Le implicazioni globali sono importanti per qualsiasi Paese, ma è raro che il processo politico le affronti correttamente perché si concentra eccessivamente su obiettivi a breve termine. È possibile che questa sia una delle ragioni principali per cui i cittadini non si fidano della politica e delle sue istituzioni. Aristotele definisce la politica una scienza, ma per lui lo scopo della politica non è dato tanto dalla conoscenza quanto dall’agire. La politica è una “scienza” nel senso che anche l’agire necessita della scienza per comprendere e capire.8 Quindi la politica e la scienza sono inscindibili oggi più che mai, perché la conoscenza rappresenta il principale potere politico. Tuttavia, politica e scienza presentano anche numerose differenze, per esempio la seconda richiede trasparenza e nuove idee, fino all’eresia, mentre la prima non le tollera. La politica si fonda sul complotto, la scienza non può accettarlo. L’attività scientifica è molto efficiente, mentre quella politica no. La scienza e la politica sono legate da un rapporto di dipendenza reciproca molto complesso, ma si differenziano per due aspetti principali. Innanzitutto, la scienza risolve problemi in settori ben definiti, mentre la politica abbraccia tutto. In secondo luogo, nella scienza la risoluzione dei problemi è affidata a un gruppo ristretto di persone, mentre nella politica, persino nei regimi totalitari, coinvolge un numero di individui molto maggiore, e quindi è necessario chiedere a più persone che cosa pensino e che cosa desiderino. Un modo per chiederlo è fare un sondaggio. Quello sull’opinione pubblica globale realizzato nel 2002 da Gallup International, battezzato Voice of the People,9 progettato in collaborazione con Environics International e condotto dal luglio al settembre 2002, comprendeva interviste di persona e telefoniche rivolte a 36.000 cittadini in 47 Paesi di sei continenti. Dato il campione, i risultati sono statisticamente rappresentativi delle opinioni di 1,4 miliardi di persone. Agli intervistati è stato chiesto di valutare il loro livello di fiducia in 17 istituzioni diverse: il parlamento, il governo, l’ONU, la Banca mondiale, il FMI, l’Organizzazione mondiale per il commercio, il sistema giuridico, le forze armate, il sistema di istruzione, le istituzioni religiose, la polizia, il sistema sanitario, i media, i sindacati, le ONG, la politica ambientale TNC e le grandi aziende nazionali. I risultati sono scioccanti. In tutto il mondo, le principali istituzioni democratiche, i parlamenti, sono quelle in cui si ha meno fiducia. Solo in Nord America e nei Paesi d’Europa che non appartengono all’UE la percentuale di chi si fida del parlamento supera quella di coloro che non si fidano. Tuttavia, in seno al medesimo sondaggio, gli intervistati di quelle regioni hanno affermato che i loro Paesi non erano governati dalla volontà popolare. Inoltre, un’indagine molto meticolosa condotta dalla National Science Foundation, Science and Engineering Indicators,10 realizzata dal 1973 fino a oggi dimostra che la gente ha molta più fiducia negli scienziati che non nei politici. Tale fiducia nella comunità scientifica si attesta stabilmente sul 40%, mentre quella in chi dirige altri tipi di istituzioni è minore: il governo (20% in ribasso al 15%), il congresso (scende dal 20% al 13%), la stampa (dal 25% passa al 14%), il sistema di istruzione (dal 40% diminuisce al 25%). La sola istituzione che fa segnare un risultato migliore della comunità scientifica è la comunità medica, sebbene anch’essa sia passata dal 55% al 44%.
A causa dei loro legami con le istituzioni politiche (per non dire della loro dipendenza da esse) le accademie, come pure l’università e i centri di ricerca in genere, talvolta evitano le tematiche che possono risultare sgradite ai rispettivi referenti politici. Il recente esempio della posizione assunta da scienziati di punta dell’accademia russa in relazione al riscaldamento globale11 è molto istruttivo, come lo è il fatto che la Duma abbia poi finito per ratificare il protocollo di Kyoto, e il Presidente V. Putin lo abbia firmato. Le attività dell’Interacademy Panel, dell’Accademia mondiale come pure delle Accademie europee e di Allea sono indubbiamente incoraggianti, come lo sono quelle di alcune accademie nazionali; cionondimeno sembra persistere una certa richiesta di iniziative da parte di istituzioni pienamente indipendenti, quale il Club di Roma. Un ulteriore fattore è dato dalla compartimentalizzazione del sistema di ricerca accademico, dalla mancanza di un approccio interdisciplinare e trans-diciplinare e dall’insufficiente interazione con il processo decisionale.
Con tutte le conseguenze che comporta, profondamente interconnesse con la sicurezza e lo sviluppo e con i pericoli, le minacce e le opportunità cui oggi il mondo si trova di fronte, la transizione demografica deve essere al centro dell’attenzione e delle iniziative del Club di Roma.12 Si tratta infatti di un esempio tipico di ciò che in seno al Club è stata definita “problematique”, in virtù dell’intreccio di numerose tematiche. Qui ci occuperemo di due di esse: l’economia e la cultura.

Ivo Šlaus: Accademia Croata delle Scienze e delle Arti e Istituto Rudjer Boskovic, Zagabria, Croazia
1 S. P. Kapitza, “Population dynamics and the future of Europe”, intervento al XXV Giubileo del Club di Roma, Hannover, dicembre 1993; S.P. Kapitza, Mathematical Modeling 4 (1992), pp. 65-79; S.P. Kapitza, Uspekhi Fiziceskih Nauk 39 (1996) 57; H. Buck, E. Kistler e H.G. Mendius (2002): Demographic change in the world of work, Bundesministerium für Bildung und Forschung, Stuttgart.
2 The Geneva Papers on Risk and Insurance, Issues and Practices, in particolare il volume 28, n. 4 (ottobre 2003) e volume 29, n. 4 (ottobre 2004).
3 O. Giarini e M. Malitza (2003): The Double Helix of Learning and Work, UNESCO, CEPES.
4 D.H. Meadows et al. (1972): Limits to Growth, Universe, New York.
5 D.H. Meadows et al. (1992): Beyond the Limits: Confronting Global Collapse, Envisioning a Sustainable Future, Chelsea Green Publications, London.
6 G.H. Brundtland et al. (1987): Our Common Future, Oxford University Press, Oxford, p. 383.
7 Interacademy Panel (2000): International Forum for Transition to Sustainability, Tokyo.
8 Ivo Šlaus, invitato a parlare in occasione del 90° compleanno di Sir Joseph Rotblat, Conferenza internazionale organizzata dal movimento Pugwash svedese.
9 World Economic Forum, cfr. www.environicsinternational.com/news_archives/Trust_survey_pdf , consultato nel 2003.
10 National Science Board (2000): Science and Engineering Indicators, NSF, Arlington, USA.
11 “Editorial”, Nature, 431 (2 sept. 2004), pp. 1 e 12.
12 A. King and B. Schneider (1991): The First Global Revolution, Pantheon Books, New York.


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