QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Una “nuova” teoria generale dell’invecchiamento demografico

Le principali teorie sull’invecchiamento demografico basate su ricerche recenti riguardanti longevità umana, speranza di vita, variazioni della morbilità, tendenze della disabilità e calo della mortalità dimostrano la coesistenza di tendenze contraddittorie per quanto concerne disabilità e funzionamento. Tali contraddizioni rispecchiano le differenze esistenti nei contesti geografico, socio-economico, politico e medico, come per esempio:
• l’aumento dei tassi di sopravvivenza dei malati, che giustificherebbe l’espansione della morbilità e/o della disabilità che sta avendo luogo a Taiwan;
• il controllo dello sviluppo delle malattie croniche, che spiegherebbe il sottile equilibrio esistente tra il crollo della mortalità e l’aumento delle disabilità attualmente osservabile nel Regno Unito;
• il miglioramento delle condizioni di salute e dei comportamenti correlati dei nuovi gruppi di anziani, che darebbe conto della riduzione di morbilità e/o disabilità oggi riscontrabile in Francia, in Svizzera e negli USA.
Ovviamente, tutte queste contraddizioni sono co-occorrenti e gli sviluppi futuri, in particolare l’espansione o la riduzione della morbilità e/o disabilità, dipendono dalla loro rispettiva incidenza, che conduce alla necessità di prevedere il lento ma inesorabile insorgere di una popolazione molto anziana e molto fragile (che farebbe prevedere un nuovo aumento della morbilità e/o disabilità).
In questo contesto, la nuova teoria che proponiamo a proposito dell’invecchiamento demografico si basa su uno sviluppo ciclico secondo il quale le persone più malate sopravvivono e invecchiano, con conseguente aumento delle disabilità; quindi, nel momento in cui nuovi gruppi di persone entrano nella terza età, si assiste a un calo del numero di anni vissuti caratterizzati dalla disabilità; infine, si ha un ulteriore aumento degli anni vissuti caratterizzati da disabilità quando l’età media dei decessi aumenta talmente che molti passano i loro ultimi anni afflitti da molteplici malattie croniche e in una condizione di fragilità.
Questa teoria deve trovare conferma in seguito all’armonizzazione dei sistemi di misurazione globale del declino funzionale e a periodiche “indagini internazionali sull’invecchiamento” volte a monitorare il fenomeno a livello mondiale tramite un accurato campionamento dei Paesi.

1. Introduzione

Tutti i modelli demografici concettuali risalgono agli anni Settanta o Ottanta del secolo scorso, o sono addirittura anteriori; ci riferiamo al cambiamento demografico (Notestein, 1945), al cambiamento epidemiologico (Omran, 1971) e alla rettangolarizzazione della curva della sopravvivenza e della riduzione della morbilità (Fries, 1980). In effetti, tali modelli condividevano la stessa impostazione:
a) in passato, mortalità e fertilità erano elevate, i decessi erano principalmente dovuti alle malattie o a traumi da incidenti, e la popolazione era giovane;
b) in seguito, mortalità e fertilità sono diminuite ma si sono stabilizzate, e i decessi erano riconducibili a cause degenerative o legate all’invecchiamento. La popolazione era anziana ma si riteneva che la speranza di vita si fermasse a 85 anni, con una ridotta dispersione di casi individuali attorno a questa media. Tale speranza di vita ridotta, parallelamente al controllo dei fattori di rischio della morbilità, fornirebbe la spiegazione di una curva della sopravvivenza rettangolare che comprende la totalità della popolazione caratterizzata da morbilità ridotta.
In questo contesto, le probabilità di sopravvivere oltre i 90 anni erano poche e non ci si curava particolarmente dei cambiamenti della struttura dell’età o delle condizioni di salute in senso funzionale. In un recente excursus sistematico delle tendenze delle disabilità negli ultimi due decenni del Novecento, Freedman e i suoi colleghi hanno dimostrato che i Nordamericani anziani erano soggetti al declino delle abilità funzionali fisiche (sollevare e trasportare una borsa del peso di circa 5 kg, salire le scale e camminare per 400 metri) e hanno rilevato dati contradditori per quanto riguarda la maggiore incidenza delle disabilità riguardanti attività di base attinenti la vita quotidiana (ADL, activities of daily living: fare il bagno, muoversi, procedere alla toeletta, vestirsi, passare dal letto a una sedia, mangiare) (Freedman, Aykan e Martin, 2002). Allo stesso tempo, Robine e i suoi colleghi hanno raccolto dati secondo i quali la disabilità in termini di ADL sta chiaramente aumentando tra gli anziani in Europa (Robie, Romieu e Michel, 2002), soprattutto nel Regno Unito, dove l’incapacità di portare a termine attività quotidiane è diminuita sensibilmente nel periodo tra il 1976 e il 1994 (Grundy, 1997).
Queste tendenze apparentemente contraddittorie riguardanti funzionamento e disabilità, che hanno fatto nascere un numero cospicuo di interessanti teorie sulla salute (Notestein, 1945; Omran, 1971; Strehler, 1975; Gruenberg, 1977; Fries, 1980; Manton, 1982), richiedono un approccio concettuale diverso, come quello che verrà prima giustificato e poi sviluppato nel presente contributo.

2. Fondamenta delle teorie classiche sull’invecchiamento demografico

2.1 Aumento della speranza di vita

È ormai indubbio che il continuo aumento della speranza di vita alla nascita nei Paesi a bassa mortalità (Oeppen e Vaupel, 2002; White, 2002) è dovuto al calo dei decessi in età avanzata (Vaupel, Carey e Christensen 1998), anche se le cause precise di tale diminuzione tra la fascia più anziana non sono ancora chiare. Per esempio, in Svizzera:
• all’inizio degli anni ‘70 del Novecento la speranza di vita alla nascita era di 70,1 anni per gli uomini e 76,2 per le donne; stanti le condizioni di mortalità del periodo 1968-1973, il 5,1% degli uomini e l’11,3% delle donne superavano la soglia dei 90 anni;
• vent’anni dopo, nel 1990, la speranza di vita alla nascita era pari a 74,0 anni per gli uomini e 80,8 per le donne; stanti le condizioni di mortalità del periodo 1988-1993, il 10,1% degli uomini e il 25,1% delle donne superavano la soglia dei 90 anni;
• nel 2001 la speranza di vita alla nascita era di 77,2 anni per gli uomini e 82,2 per le donne (Heiniger e Wanders, 2002).
In Giappone, nel 2001 la speranza di vita alla nascita toccava i 78,1 anni per gli uomini e gli 84,9 anni per le donne: stanti le condizioni di mortalità del 2001, il 18,2% degli uomini e il 40,1% delle donne superavano la soglia dei 90 anni (Ministero della sanità e del welfare, 2001).
Quando negli anni Ottanta si è capito che la mortalità tra le fasce più anziane stava crollando, la prima spiegazione fornita riguardava le cure e i progressi medici che permettevano alle persone di vivere più a lungo. Oggi non conosciamo né la probabilità di diventare centenari né le conseguenze future quanto alle condizioni di salute di questa probabile fetta di popolazione.

Jean-Pierre Michel fa parte del Reparto geriatrico della Clinica universitaria di Ginevra, CH 1226, Thônex-Ginevra, jean-pierre.michel@hcuge.ch
Jean-Marie Robine appartiene all’INSERM, Sanità e demografia, Università di Montpellier 1, robine@valdorel-fnclcc.fr
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