QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Prospettive sul quarto pilastro in Italia alla luce della riforma delle pensioni

3. Il disavanzo previdenziale e la formula del calcolo della pensione

Quasi dieci anni fa, nell’agosto 1995, fu enunciata con la legge 335/95 una riforma pensionistica che per il futuro avrebbe calcolato l’importo della pensione non più sul livello della retribuzione pensionabile, ma sulla misura dei contributi versati.
Il metodo di calcolo della pensione contributiva non toccherà i lavoratori pensionandi se non tra qualche anno, perché attualmente le pensioni continuano a essere determinate con il metodo di calcolo retributivo (riferito alla retribuzione e non ai contributi versati), dato il lungo periodo di transizione concesso dal legislatore.
Nelle intenzioni del legislatore della legge n. 335/95, infatti, calcolando la pensione sugli importi di contribuzione pagati si otterrebbero almeno due risultati migliorativi della situazione attuale: si eviterebbe l’evasione contributiva (sarebbe interesse del lavoratore controllare importo ed effettivo versamento dei contributi) e si eviterebbero le distorsioni tipiche del metodo di calcolo retributivo, che lega l’importo della pensione alla retribuzione pensionabile, normalmente riferita agli ultimi anni, quelli a salario più alto.
Secondo il dettato della legge n. 335/95, il lavoratore diverrà percettore di una pensione tutta basata sui propri contributi (suoi e dell’impresa), con la costruzione di un montante figurato che collega contribuzioni e crescita della ricchezza nazionale, con l’accumulo virtuale dei contributi riferito al prodotto interno lordo nominale. Il montante contributivo di ciascun lavoratore sarà in futuro incrementato figurativamente attraverso l’aggancio annuo alla variazione media quinquennale del Pil nominale.
Non possiamo ancora sapere se la nuova formula di calcolo della pensione verrà effettivamente applicata — così come riteneva opportuno il legislatore del 1995 — per ottenere una stabilizzazione della spesa e arrestare così il recente tasso d’incremento, superiore a più del doppio del tasso d’inflazione.
Certamente nella legge n. 243/2004 il metodo di calcolo contributivo sembra dimenticato, poiché tra le altre cose tale norma ha fissato a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne l’età di pensionamento dopo il 2008.
Fissando un’età di pensionamento, il legislatore del 2004 sembra aver trascurato la precedente normativa mirata a fornire, per le prossime generazioni di pensionati, il calcolo della pensione attraverso il metodo contributivo. Caposaldo del metodo contributivo è infatti la flessibilità dell’età di pensionamento, la possibilità per l’individuo di uscire presto (o tardi) dal mercato del lavoro, con un importo di pensione che sarà più basso (o più alto) a seconda della durata e consistenza della sua contribuzione.
Tale dimenticanza sembra ancora più rilevante se si considera che il legislatore del 1995 aveva fissato, con una tabella costruita su elementi demografici ora obsoleti, i coefficienti di trasformazione in rendita del montante cumulato virtualmente alle varie età, da aggiornare — secondo la legge n. 335/95 — ogni dieci anni.
Richiamiamo le caratteristiche della struttura demografica nel nostro Paese, esposte precedentemente. Il metodo di calcolo della pensione della legge n. 335/95, lasciando inalterato il sistema finanziario di gestione, che rimane quello della ripartizione in disavanzo, modifica il calcolo del trattamento per ridurne gradualmente l’importo, nel medio-lungo periodo. La consapevolezza di un futuro importo di pensione più basso per i neo-pensionati, rispetto a quello determinato per i pensionati liquidati con il calcolo retributivo (quello dei pensionati precedenti, cioè della stragrande maggioranza dei pensionati attuali), dovrebbe spingere gli attuali lavoratori attivi verso la ricerca di altre forme di previdenza, non ultima la scelta di un lavoro part-time in età elevate, dopo il pensionamento, ma anche il ricorso oggi alla previdenza complementare attraverso i fondi pensione, che accumulano effettivamente, e investono, le contribuzioni dei lavoratori.
La legge n. 243 del 2004 avrebbe dovuto enunciare i nuovi coefficienti di trasformazione da usare attraverso il metodo contributivo e il loro aggiornamento alle effettive tendenze demografiche in prossimità della loro scadenza decennale.
Confrontando i dati riportati nella legge n. 335/95 con quelli deducibili dal censimento del 2000, possiamo notare alle varie età un notevole decremento del coefficiente di trasformazione, che se applicato al calcolo delle prossime pensioni (con il metodo di calcolo contributivo), ne diminuirebbe l’importo, dal 5,38% dei neo-pensionati 57enni al 6,72% dei neo-pensionati 65enni.
Tali differenze sono evidenziate dalla tabella 4 e dal relativo grafico.

Tabella 4: Coefficienti di trasformazione nel metodo di calcolo contributivo
vitali-tab4.gif
vitali-tab5.gif

Fonte: elaborazione compiuta nell’ambito della ricerca sulle pensioni contributive, in corso nel Dipartimento di Scienze Attuariali e Finanziarie, dell’Università di Roma “La Sapienza”, con la collaborazione di M. Menzietti e G. Esposito.

Occorre notare che altri Paesi, come la Svezia, per esempio, avendo adottato il metodo di calcolo contributivo (e avendolo associato a una sostanziale capitalizzazione parziale delle pensioni pubbliche), ricorrono all’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione ogni due anni, con una periodicità e una frequenza di intervento su tali coefficienti che rende appena percepibili (dell’ordine dello 0,6-0,8%) le necessarie riduzioni di pensione: la vita residua alle varie età si allunga, e occorre ridurre la rendita per utilizzare al meglio il montante.
Nella esercitazione numerica appena riportata, abbiamo allungato il calcolo dei coefficienti anche agli ultrasessantacinquenni, che nella tabella della legge n. 335/95 non vengono considerati, e si suppone quindi che ad essi si dovrebbero applicare gli stessi coefficienti di chi va in pensione a 65 anni di età, con una penalizzazione proprio verso chi lavora più a lungo, che risulta evidente nel grafico appena riportato.
Dal nostro esercizio emerge come allo stato attuale occorrerebbe aggiornare gradualmente e continuamente i coefficienti di trasformazione, per trasferire sugli importi della pensione spettante alle varie età le necessarie riduzioni ad intervalli relativamente brevi: nell’esempio appena riportato ogni biennio.
In presenza di un calcolo della pensione basato sui contributi versati, come la legge previdenziale italiana prevede per il futuro, un adeguato aggiornamento dei dati demografici che sono alla base del calcolo della pensione potrebbe spingere i lavoratori maturi a lavorare più a lungo, senza temere di dover lasciare il posto di lavoro prima di quanto il singolo lavoratore non voglia, semplicemente per sfuggire alla mannaia tagliapensioni decennale dell’attuale ordinamento.
Per concludere, appare evidente che la convenienza al pensionamento dell’attuale ordinamento pensionistico da una parte, l’occupazione sommersa e un mercato del lavoro diffidente verso gli anziani dall’altra sembrano lasciare uno spazio piuttosto ristretto per l’instaurarsi di un comportamento più virtuoso nella scelta dell’età del pensionamento. Ma da questo spazio ristretto possono forse partire esempi di occupazione fruttuosa per gli anziani che porteranno nel medio periodo ad aumentare la partecipazione al lavoro di una quota sempre più rilevante di popolazione.
Tutta l’inattività che deriva da una pratica diffusa di pensionamento precoce ha un costo molto elevato sulla ricchezza nazionale, al quale si aggiunge il costo dell’erogazione delle pensioni ai pensionati “giovani”.
A una perdita di produttività si aggiunge un’elevata spesa pubblica per trattamenti pensionistici: un doppio costo che può essere modificato da comportamenti lavorativi più adeguati ai tempi, da una maggiore attenzione alle esigenze di una popolazione anziana più sana e più istruita che nel passato e da un incontro equilibrato tra domanda e offerta nel mercato del lavoro.


Pagine: 1 2 3


Tag:,