QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Prospettive sul quarto pilastro in Italia alla luce della riforma delle pensioni

Quali sono le prospettive di una partecipazione significativa al mercato del lavoro da parte degli anziani in Italia? Ci limitiamo qui di seguito ad evidenziare alcuni dati per il periodo 2001-2004, raccolti a livello regionale, dall’Istituto Centrale di Statistica, con riferimento ai tassi di attività della popolazione (distinta per maschi e femmine) ultra sessantacinquenne:

Tabella 2: Italia – Tassi di attività per sesso ed età (65 e più)
(2001 speranza di vita a 65 anni: 20,4 anni per gli uomini e 24,4 per le donne)
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Fonte: Istat

A livello regionale, dunque, i dati ufficiali sull’occupazione indicano che gli uomini ultra sessantacinquenni occupati sono leggermente aumentati negli ultimi quattro anni, con la sola eccezione del sud e delle isole, mentre l’occupazione delle donne ultra sessantacinquenni rimane stabile all’1,7% per tutto il periodo.
Un altro dato interessante, ai nostri fini, è quello rilevato dall’Istituto Centrale di Statistica con riferimento alla speranza di vita alla nascita e alle varie età, considerando prima la sola sopravvivenza, senza considerare lo stato di salute, e poi conteggiando soltanto la vita residua in buona salute. I dati riportati alla tabella 3 si riferiscono all’anno 2000 e riportano una speranza di vita alla nascita di 82 anni per le donne (oggi 83) e di 75,8 per gli uomini (oggi 76,3).
Tra i dati più interessanti di questa rilevazione Istat troviamo le vite residue alle varie età, fino a registrare per i settantacinquenni una vita media residua di quasi 10 anni e per le donne della stessa età una vita media residua di due anni e mezzo più elevata. Tuttavia anche quest’ultima informazione non fa che rafforzare il nostro convincimento che, con vite residue medie di quest’ordine di grandezza a 75 anni, l’età media di effettivo pensionamento attuale, di sotto dei 60, appare del tutto imprevidente.

Tabella 3: Italia – Speranza di vita e vita residua in buona salute
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Fonte: Cramer and Pestieau: “The double dividend of postponing retirement”, International Tax and Public Finance, 10, 419-434, 2003.

Il valore di questa rilevazione sta nel fatto che essa mette in evidenza come la vita media residua in buona salute è sempre più bassa della vita residua, e questa differenza si accentua con l’età. I dati chiariscono meglio perché i tecnici chiamano la sopravvivenza “rischio di sopravvivenza”. Il rischio di sopravvivenza è un concetto collettivo, che investe popolazioni intere o intere categorie, così come ad esempio un gruppo di assicurati può essere valutato come affetto da rischio di sopravvivenza da parte di chi erogherà la rendita.
Ma la sopravvivenza è un rischio anche a livello individuale, laddove comporti una condizione di salute associabile all’invalidità. Comunque, in media, dopo i 65 anni ben l’82,8% degli uomini e il 71,4% delle donne può essere considerato in buona salute; dopo i 75, sono “sani” il 71,7% degli uomini e quasi la metà (57,3%) delle donne. Le quali, peraltro, presentano vite media residue più lunghe di quelle degli uomini, come abbiamo visto.
Tutti i dati riportati indicano come ci siano ampi spazi per dare occupazione agli anziani, almeno nel decennio di vita tra i 60 e i 70 anni, eventualmente in quelle forme part-time che le nuove norme sul lavoro hanno introdotto nel nostro Paese.

2. I recenti tentativi per trattenere gli anziani ultracinquantasettenni sul mercato del lavoro

L’impatto delle tendenza demografiche sulla spesa per le pensioni pubbliche è noto. Le pensioni incidono per circa il 15% sul reddito nazionale, e di questo 15% un terzo viene pagato attraverso denaro pubblico, essendo pari al 5% del Pil il deficit della gestione pensionistica pubblica (notoriamente gestita a ripartizione: tanto esce dagli enti previdenziali in ratei per pensioni, quanto dovrebbe entrare in contributi, che sappiamo essere pari al 32,7% del salario lordo: i contributi non bastano, e lo Stato integra).
Negli ultimi cinque anni, il legislatore italiano ha tentato almeno per due volte di offrire ai lavoratori più anziani un incentivo valido per posticipare il pensionamento. In realtà, nel metodo di calcolo retributivo, l’importo della pensione viene calcolato moltiplicando per il numero degli anni di lavoro il 2% della retribuzione pensionabile, quindi ogni anno di permanenza in attività comporta comunque un aumento di pensione (che non può comunque superare l’80% della retribuzione pensionabile).
Oltre all’incentivo “implicito” insito nel calcolo retributivo, altre norme tendenti a far lavorare i “pensionabili” sono state nel tempo emanate. Nel 1999 si cercò di offrire al pensionato incentivi al lavoro part time, ma senza esiti significativi.
Nel 2000 una nuova legge permise al lavoratore di continuare a lavorare senza pensionarsi, pur avendone maturato i requisiti, e senza versare la parte di contributo normalmente pagata dal lavoratore (l’8,7% dello stipendio lordo). Secondo quella legge (la n. 388/2000), il lavoratore poteva negoziare con il proprio datore di lavoro condizioni anche migliori di quelle stabilite per legge, ma anche questo provvedimento non ebbe risultati significativi.
La nuova disposizione normativa n. 243/2004 offre nuove condizioni a coloro che vogliano rimanere sul proprio posto di lavoro, per un massimo di tre anni. Le condizioni previste dalla legge sembrano piuttosto generose, sicuramente più “incentivanti” a rimanere dei due tentativi precedenti appena ricordati. Questo provvedimento normativo permette al lavoratore di aggiungere al suo normale stipendio una somma pari al 32,7% del suo salario lordo, pari alla somma del suo contributo (l’8,7%) più quello dell’impresa (24%), senza che sulla somma così incassata sia dovuta alcuna imposizione fiscale.
Potranno avvalersi di questo incentivo i lavoratori di età superiore ai 57 anni che abbiano diritto a una pensione retributiva, con un’anzianità di lavoro di 35 anni o più. La nuova legge prevede quindi che coloro che accetteranno di continuare a lavorare alle predette condizioni non potranno contemporaneamente essere percettori di pensione (che rimane bloccata all’importo dovuto prima dell’accettazione dell’incentivo a rimanere attivo) né potranno versare i contributi: una sorta di “limbo” previdenziale, un tirarsi fuori dal sistema obbligatorio in età matura, quando il salario è più elevato e i contributi da versare ugualmente elevati, sia per l’impresa che per il dipendente.
Il vantaggio per il lavoratore che accetti questo incentivo è l’aumento delle sue disponibilità, una maggiore immediata liquidità. La nuova disposizione normativa sembra particolarmente apprezzata dai lavoratori attivi che, oltre a presentare i requisiti richiesti, appartengono alle classi di reddito da lavoro medio-alto. Non soltanto costoro non verseranno più gli elevati contributi richiesti, ma ne riceveranno contemporaneamente il corrispettivo lordo, trascurando sia i contributi che l’imposizione fiscale normalmente dovuta.
Da previsioni del “vantaggio” calcolate dal Ministero del Lavoro, la disposizione in questione può arrivare ad aumentare di oltre il 50% il salario netto, se la retribuzione annua arriva, ad esempio, a 75.000 euro: a tale soglia, infatti, data l’esenzione fiscale, la retribuzione aumenta del 54,3%.
Quanto all’importo di pensione, occorre ricordare che il suo livello, nei tre anni in cui è “congelato”, viene comunque incrementato di un valore pari all’indice dei prezzi. È bene ricordare che tale trattamento incentivante può durare al massimo tre anni: esso non sarà quindi più in vigore dopo il 2007.
La misura previdenziale appena ricordata non sembra, a nostro parere, destinata ad avere un grande impatto sui dati globali della spesa, o sull’età media effettiva di pensionamento. Sicuramente avrà un riflesso sui salari più elevati, ma non è dato sapere quanti dirigenti lombardi (che sembrano costituire la categoria più numerosa di incentivati) avrebbero comunque continuato a lavorare, anche senza il congelamento della pensione e l’incasso esentasse della somma non più versata in contributi (sia per la propria parte che per quella dell’impresa).
Non è possibile fare previsioni sull’impatto che questa disposizione normativa avrà sull’equilibrio globale della spesa previdenziale, o sulla propensione ad allungare il pensionamento, perché la legge dispone soltanto le modalità dell’incentivo, per importi e durata. Il lavoratore che accetti di aderire non ha l’obbligo a rimanere per tutto il triennio sul posto di lavoro. Sembra tuttavia ragionevole prevedere un’adesione alla scelta permessa dalla legge pari a poche decine di migliaia di individui (i “maturi” per la pensione di anzianità).
Volendo cercare un caso specifico con caratteristiche diverse dalla massa degli occupati, possiamo ipotizzare quello di un lavoratore che nel triennio di uscita dal sistema previdenziale raggiunga un’anzianità lavorativa pari a 40 anni: in quel caso, non soltanto il lavoratore che accetterà la nuova misura legislativa intascherà in contanti la somma dei suoi contributi lordi, ma avrà anche diritto alla piena pensione (come se i contributi li avesse versati, perché raggiunge il massimo d’anzianità lavorativa). Questa situazione-limite potrebbe presentare profili di incostituzionalità, se si confrontano due lavoratori (o dirigenti) in condizioni uguali, ma uno non sceglie di intascare il bonus, e continua a versare i contributi come prima, senza interrompere la sua attività, e l’altro invece accetta questa offerta della legge.
A nostro parere, la legge che ha istituito l’incentivo non potrà che avere una ricaduta limitata sul comportamento del lavoratore maturo medio, e va anche sottolineato che molti di coloro che aderiranno forse sarebbero rimasti in attività anche senza incentivo. Altro aspetto importante è che il dispositivo predisposto dalla legge potrà avere attuazione, nel caso specifico, soltanto se il datore di lavoro acconsente alla richiesta del suo dipendente (o dirigente). Vale la pena di ricordare che i dirigenti sono in Italia l’unica categoria non protetta dallo Statuto dei Lavoratori, e in particolare dall’articolo 18, e sono quindi licenziabili per decisione unilaterale dell’impresa.
Il nocciolo della questione è da ricondurre alla volontà del datore di lavoro, cioè alla domanda di lavoro da parte dell’impresa, o meglio alla sua convenienza a mantenere quel posto di lavoro occupato da quella persona specifica. Unico arbitro della scelta del lavoratore ultracinquantasettenne è, alla fine, il suo datore di lavoro.
L’interrogativo da porci in questa sede è molto più teorico, se non astratto: ci sono le condizioni di mercato del lavoro per permettere agli italiani anziani di lavorare? Cercando la risposta nelle recenti misure normative, appare evidente come esse abbiano gettato più ombre che luci sull’evoluzione dell’età di pensionamento nel nostro Paese; occorre tuttavia ricordare che la crescente consapevolezza del disavanzo previdenziale sembra contribuire a far maturare una maggiore “coscienza previdenziale”, che comprende anche la volontà di una più lunga vita attiva.


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