QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Per una politica europea del welfare

1. Il Welfare tra 20 anni — un tentativo di previsione

di Jaroslaw Pietras Ph.D.
Ministro degli affari Europei, Polonia

In seno al dibattito odierno sulla necessità di cambiamenti socio-economici in Europa, si ode di frequente affermare che lo Stato sociale come l’abbiano conosciuto nel corso del XX secolo va scomparendo. L’invecchiamento della società, l’alto tasso di disoccupazione, il basso grado di attività sociale e l’inefficienza dei sistemi fiscale e assicurativo rendono impossibile mantenere trasferimenti sociali elevati. Senza una riforma radicale delle fondamenta stesse del modello sociale del Vecchio continente, molti Stati europei rischiano la bancarotta. È certamente possibile chiedersi che cosa sostituirà il vecchio sistema. Nel giro dei prossimi 20 anni siamo destinati ad assistere al ritorno del modello sociale della fine del XIX secolo, in base al quale l’assistenza ai meno abbienti si fonda sulla beneficenza e chi per motivi diversi non è in grado di competere con gli altri può contare esclusivamente sull’aiuto dei familiari? Una tale evenienza significherebbe il ritorno a un sistema che era oggetto delle critiche non solo dei più eminenti filosofi e studiosi di etica, ma anche della stragrande maggioranza degli economisti.
Quando si ipotizza quale modello sociale di Stato ci troveremo di fronte tra un ventennio, per prima cosa occorre tornare indietro di vent’anni per analizzare la situazione di quel periodo. Proviamo a guardare alla Polonia com’è oggi e com’era 20 anni fa, nel 1985. Attualmente il Paese è membro dell’Unione Europea e della NATO, mentre allora faceva parte del Consiglio di mutua assistenza economica e del Patto di Varsavia. Un profano potrebbe non scorgere alcun cambiamento, dato che in entrambi i casi la Polonia partecipa a un’alleanza economica e una militare. Tuttavia la differenza è enorme. Consideriamo la situazione del mercato. Nel 1985 in Polonia non vi era disoccupazione, e quindi non vi erano disoccupati. Si trattava del risultato di condizioni socioeconomiche ottimali? No di certo: semplicemente non esisteva alcuna definizione giuridica di disoccupazione, poiché a tutti veniva garantito un impiego. Allo stesso tempo l’efficienza dei lavoratori rappresentava una frazione minima dei livelli attuali e il salario medio si aggirava attorno ai 20-30 euro. Come si usava dire allora in Polonia: lo Stato fa finta di pagare, i lavoratori fingono di lavorare. È difficile immaginare un sistema più demoralizzante in termini economici. Consideriamo anche come sono cambiati i flussi migratori. Nel 1985 diverse decine di migliaia di Polacchi hanno lasciato il Paese con l’intenzione di trasferirsi definitivamente all’estero. In genere si trattava di laureati che non riuscivano a scorgere alcuna prospettiva di miglioramento in Polonia. La maggior parte di loro non è rientrata prima della fine degli anni Novanta, quando si è convinta che la madrepatria offriva opportunità migliori rispetto alle altre nazioni. Quest’anno diverse decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo si stabiliranno in Polonia. Proprio come la Germania, l’Italia, la Francia o gli USA sono stati un tempo le destinazioni preferite dai polacchi, oggi la Polonia diventa sempre di più un luogo ideale in cui vivere e lavorare.
Questi pochi esempi dimostrano quanto sia difficile prevedere il futuro nel medio periodo. Ritengo però che sia necessario essere ottimisti. Il caso polacco dimostra che molti risultati che si ritenevano irrealizzabili possono concretizzarsi in pochissimo tempo. Se mi è permesso lasciare briglia sciolta all’immaginazione, penso che le previsioni da Cassandra dei “futurologi” sociali non si verificheranno. Tra 20 anni l’Unione Europea sarà più forte di oggi. Si instaurerà un modello sociale diverso, ma che continuerà a essere basato sul principio della sussidiarietà. Sarà necessaria una maggiore attività sociale, molto probabilmente le differenze tra i redditi cresceranno, ma le persone in difficoltà potranno sempre contare sull’assistenza dello Stato. La responsabilità dei governi dei singoli Stati porterà a scoprire un’aurea mediocritas — realizzando le riforme sociali ma ottenendo l’approvazione dei cittadini. Ciò permetterà di mantenere il carattere unico e distintivo del modello europeo, che considera l’essere umano il soggetto principale di ogni politica, e si oppone all’adozione delle soluzioni semplicistiche proposte dai fautori del modello americano o anche giapponese. Tuttavia, per raggiungere un simile risultato, dobbiamo continuare a discutere delle sfide con cui ci confrontiamo oggi e di quelle che ci troveremo ad affrontare in futuro. Al successo si arriva mettendo a confronto le diverse visioni dello sviluppo sociale.
La Polonia guarda a questo processo dalla prospettiva degli obiettivi che intendiamo raggiungere entro i prossimi vent’anni. Innanzitutto desideriamo essere un membro attivo della Comunità europea, un membro che ha una sua opinione su tutte le questioni principali che riguardano il futuro del continente, ma allo stesso tempo rimane disponibile al compromesso nel nome dell’interesse comune. In secondo luogo, speriamo di colmare rapidamente il divario con i Paesi che attualmente hanno raggiunto un livello superiore di sviluppo economico. In terzo luogo, desideriamo garantire ai nostri cittadini uno standard di vita elevato, anche se tale auspicio non si deve tradurre in meri trasferimenti e in appoggio sistematico a un atteggiamento passivo. Uno Stato moderno dovrebbe essere attivo a livello sociale, cioè aiutare i cittadini che si trovano in difficoltà. Tutti devono avere la certezza di poter contare sul proprio Paese. Tuttavia, occorre anche essere consapevoli dei propri obblighi nei confronti della comunità, il più importante dei quali prevede un atteggiamento attivo e la volontà di aiutarsi da soli. Ritengo che un simile approccio permetterà di garantire il benessere sociale e sviluppare un modello che sopravviverà più a lungo di quello al quale stiamo per dire addio.

2. Sviluppo della politica sociale dopo l’allargamento

di Maciej Duszczyk
Vicedirettore, dipartimento di economia, ministero degli affari europei, Varsavia

L’attuale processo di allargamento dell’UE conduce a una pluralità di sfide, ma anche a numerose opportunità che vanno colte da un’Europa sempre più unita. Le opinioni correnti prima del 1o maggio 2004 da una parte si concentravano sulle questioni relative alle crescenti lacune nello sviluppo dell’Unione Europea, lacune che potrebbero metterne a repentaglio la coesione, e dall’altra sulle opportunità legate all’accelerazione della crescita economica e al rafforzamento della concorrenza derivante dall’allargamento. Il primo atteggiamento, tra le altre cose, ha determinato periodi di transizione nell’ambito della libera circolazione dei lavoratori, mentre il secondo ha determinato l’adesione ai meccanismi del Mercato unico da parte di nuovi Stati membri, intensificando così la concorrenza in seno alla Comunità.
Se è vero che gli Stati che sono entrati a far parte dell’Unione Europea il 1o maggio 2004 sono in paragone meno ricchi e sviluppati di quelli che finora avevano dato vita alla Comunità, non si tratta però di una situazione inedita. In passato si sono avute condizioni simili in due occasioni, prima con la Grecia e poi nel caso di Spagna e Portogallo. Se ne deve desumere che gli allargamenti successivi presenteranno caratteristiche simili, e questo per un’unica ragione: tutti gli Stati europei con alto grado di sviluppo sono già membri del Mercato unico. La Svizzera fa eccezione, ma i legami economici con l’Unione Europea vanno rafforzandosi. Gli esempi della Norvegia e dell’Islanda dimostrano che nonostante la mancata integrazione politica, altri Stati possono partecipare all’integrazione economica.
L’allargamento più ampio dell’Unione Europea ha avuto luogo in un momento storico affatto particolare. L’Unione ha compiuto un enorme balzo in avanti per realizzare cambiamenti che le permettessero di affrontare le sfide determinate dal processo di globalizzazione. Il pacchetto di riforme adottato nel 2000 e battezzato Strategia di Lisbona non è però riuscito a tener conto di due questioni fondamentali: l’allargamento dell’Unione Europea e la maggiore concorrenza portata da nazioni quali la Cina o l’India. Per questo motivo la Strategia di Lisbona deve essere adattata alla luce degli avvenimenti occorsi successivamente al 2000. Uno degli aspetti fondamentali della Strategia riguarda il potenziamento del modello sociale europeo. È questa la sfida principale per la politica sociale sia a livello dei singoli Stati membri che a livello comunitario.
Recentemente sono stati pubblicati almeno quattro documenti di grande importanza contenenti pareri e raccomandazioni sul futuro della politica sociale. Si tratta delle seguenti relazioni:
1. Relazione della Task Force “occupazione”: “Posti di lavoro — creare più occupazione in Europa”, novembre 2003.
2. “Report of the High Level Group on the future of social policy in an enlarged European Union”, maggio 2004.
3. Relazione “La situazione sociale all’interno dell’Unione Europea 2003”, ottobre 2004.
4. Relazione “Facing the Challenge — The Lisbon strategy for growth and employment”, novembre 2004
Gli autori di tutte e quattro le relazioni sono assolutamente concordi: la necessità di riformare il modello sociale europeo deriva dai cambiamenti dovuti al fattore demografico, all’intensificarsi della concorrenza globale e all’allargamento dell’Unione Europea. Inoltre, i membri del Gruppo di alto livello dimostrano direttamente che l’adesione di nuovi Stati membri caratterizzati da un livello di previdenza sociale più basso può rappresentare l’occasione per realizzare i cambiamenti necessari.
L’analisi della situazione attuale dell’Unione Europea indica che tre sono le sfide principali da affrontare:
1. Come possiamo controbilanciare gli effetti negativi dell’invecchiamento delle società europee?
2. Come possiamo aumentare il tasso di occupazione e ridurre al massimo le conseguenze negative della disoccupazione?
3. Come possiamo ottenere il consenso sociale sulle riforme dei sistemi previdenziali, riforme che inevitabilmente ridurranno il livello di sicurezza degli esclusi?
Proviamo ad analizzare questi aspetti e a gettare le basi per formulare delle raccomandazioni.


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