QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Longevità: un diritto da conquistare

1. Introduzione

I quesiti sul perché e come l’uomo nasce, si sviluppa e muore, sono i misteri più affascinanti non solo della filosofia, ma di tutta la scienza umana e soprattutto della medicina che cerca di rispondere all’anelito dell’uomo di sfuggire al ciclo deterministico naturale, per decidere autonomamente della propia salute e della propria sopravvivenza.
A livello mondiale la vita media dell’uomo è al massimo intorno agli 80 anni, mentre il suo potenziale massimo di vita (Maximum Life Span Potential o MLP), che è specie-specifico, è di circa 120 anni, circa il doppio di quello dello scimpanzé, l’animale a noi più strettamente correlato da un punto di vista genetico (solo lo 0,6% di differenze nel genoma) (Figura 1). Solo alcuni individui entrano nell’età estrema della vita definita longevità e ancor meno si avvicinano al raggiungimento del maximum life span diventando centenari: perché questo accade?

Figura 1
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Ciascuno di noi alla nascita riceve un patrimonio di risorse che costituisce la riserva funzionale da spendere nell’arco della vita: come dimostrato in molti studi, questa riserva è geneticamente programmata. Ogni uomo è soggetto a un orologio astronomico che scandirà il suo tempo in secondi, minuti, ore ecc., ma sarà sottoposto anche a un orologio biologico che, per ogni individuo, comincia a correre dopo il concepimento e differenzia lo sviluppo ed il successivo depauperamento delle risorse del patrimonio iniziale scandendo il tempo, non solo dell’organismo, ma anche dei suoi organi, tessuti e cellule, che potranno avere un’età biologica diversa tra loro. La velocità dell’orologio biologico dipende dall’interazione tra patrimonio genetico ed ambiente. Una cattiva interazione porterà a una morte prematura, una ottimale alla morte naturale a 120 anni. In questo contesto possiamo definire l’invecchiamento come una complessa cascata di processi che portano alla riduzione progressiva della riserva funzionale dell’intero organismo, dei singoli organi e apparati (Figura 2).

Figura 2
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L’osservazione dell’aumento di incidenza di patologie con l’avanzare dell’età ha fatto erroneamente supporre che l’invecchiamento sia inevitabilmente associato a malattia, se non addirittura un suo sinonimo. Ma a nostro avviso, la vecchiaia non è uno stato morboso ma bensì, un fisiologico “adeguamento di funzioni”. In particolare, i determinanti specifici della longevità agiscono posticipando ed uniformando le modificazioni intrinseche legate all’invecchiamento di per sé. La longevità si ottiene quando l’invecchiamento avviene in modo uniforme, ovvero quando tutti gli organi ed apparati subiscono un deterioramento ed un decremento funzionale di pari passo, evitando che il crollo di una funzione (da usura, da aggressione o da non uso) coinvolga l’intero organismo.
I processi d’invecchiamento, aumentando la vulnerabilità degli anziani e favorendo la perdita di adattabilità, costituiscono il substrato su cui vanno ad agire i fattori ambientali: se non siamo noi a decidere il nostro patrimonio genetico possiamo fare in modo che i nostri geni esprimano al massimo la loro potenzialità minimizzando l’aggressione dei fattori di rischio per le diverse patologie. La longevità è quindi un diritto di cui tutti potremmo godere ma la cui conquista dipende da noi.
Escluse le noxae patogene, i fattori esogeni comunemente considerati in grado di modificare l’espressione del programma genetico individuale sono: l’alimentazione, le abitudini voluttuarie, l’attività fisica e i fattori psichici. Per verificare se per un invecchiamento sano è necessaria una “vita equilibrata” oltre che una base genetica ottimale osserviamo la vita dei centenari (Figura 3), gli individui che più di tutti si sono vicinati al raggiungimento del maximum life span.

Figura 3
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2. Stile di vita dei centenari

Abbiamo valutato lo stile di vita di un campione di 168 ultralongevi laziali: età media 101,8±1,9 anni (range 100-108), 23,5% maschi e 76,5% femmine con un rapporto maschi/femmine di 1:3 che riflette il trend nazionale. Il campione è stato valutato tramite intervista diretta, della durata di circa un’ora, condotta da un medico con formazione geriatrica presso il domicilio del paziente. Nel nostro campione l’84,6% dei soggetti non aveva mai fumato; questi dati contribuiscono a rafforzare l’ipotesi che il fumo influisca sulla speranza di vita e che l’astensione da questa abitudine voluttuaria abbia certamente contribuito al “successful ageing” degli ultracentenari. Pur esistendo centenari fumatori, questi sono individui eccezionali aventi meccanismi di difesa capaci di eludere l’influenza negativa del fumo sulla spettanza di vita; rappresentano, infatti, solo il 15,4% di tutto il campione (Figura 4).

Figura 4: distribuzione dei punteggi GDS nei centenari
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L’analisi del colesterolo totale su 36 centenari ha mostrato un valore medio di: 183,5±32,4 mg/dl, un valore che si colloca nel range di normalità considerato (130-200 mg/dl). I trigliceridi sono anch’essi risultati nella norma, tra 35 e 160 mg/dl, nella maggior parte del campione in quanto il valore medio è: 98,51±30,59 mg/dl.
è stato evidenziato che le persone longeve hanno sempre seguito nel corso della vita un’alimentazione varia ed equilibrata, il cui apporto calorico era costantemente adeguato alle loro necessità e hanno mantenuto un peso corporeo stabile o almeno senza eccessive variazioni (5). Dall’analisi dell’aspetto qualitativo dello schema dietetico si rileva che la loro è stata una dieta tipicamente “mediterranea”, con un limitato consumo di carne e di grassi, specie di origine animale, e con una preferenza per frutta, verdura, pane, pasta, latte e formaggi. Si può inoltre notare una modica assunzione di vino pari a 20.56±13,87 grammi di alcool/die e di 1 tazzina di caffè die (6). Questi dati conforterebbero l’idea già diffusa che una dieta ipocalorica favorisca la longevità (7).
Anche una costante attività fisica è risultata essere una caratteristica della vita dei longevi, anche per la scarsa possibilità di utilizzare mezzi di trasporto nei primi 50 anni della loro vita Questo è un elemento importante se si considera l’influenza dell’esercizio fisico sullo stato generale di salute (8), e sulla pressione arteriosa (9). Queste buone abitudini di vita potrebbero essere predisposte da uno stato psichico ottimale o a una buona capacità di risposta agli stimoli ambientali, in altre parole agli stressor?


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