L’invecchiamento attivo: una politica centrale e prioritaria per l’Unione Europea
9. Valutazione dei progressi verso i traguardi di Stoccolma e Barcellona
Ogni anno i progressi compiuti vengono valutati nella Relazione comune sull’occupazione. Nel 2000 essa ha evidenziato che la maggior parte degli stati membri aveva iniziato ad adottare misure o pianificarne l’introduzione nel breve periodo per incoraggiare gli anziani a rimanere attivi, posticipando l’età della pensione o introducendo o rafforzando i disincentivi al prepensionamento.
Successivamente all’adozione e ai controlli degli obiettivi di Stoccolma a Barcellona, il tono si è fatto molto meno ottimistico, e nella relazione comune del 2002 si è laconicamente dichiarato che, per quanto riguarda i lavoratori in età avanzata, risultava evidente che la riduzione del tasso di occupazione e la crescita contenuta dello stesso facevano seriamente dubitare che l’UE fosse in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati per questa classe di età.
È evidente che il tasso di occupazione dei lavoratori in età avanzata dovrà migliorare molto più velocemente se si intende raggiungere i traguardi stabiliti entro il 2010. Alcuni Stati membri sono attualmente impegnati a migliorare gli incentivi previsti dai sistemi di imposizione fiscale e di erogazione di benefici assistenziali. La maggior parte di essi continua a cercare di introdurre misure politiche volte a migliorare le opportunità di lavoro e l’occupabilità dei lavoratori in età avanzata. Tali iniziative risultano ostacolate dall’attuale rallentamento della crescita e dall’aumento della disoccupazione. Tuttavia, è ancora possibile immaginare che tali cambiamenti nelle politiche pensionistiche e occupazionali porteranno a un aumento significativo dell’occupazione di queste categorie di lavoratori, soprattutto se saranno appoggiati dalle parti sociali. In effetti il tono della Relazione comune sull’occupazione non era assolutamente un tono di resa. Si trattava esclusivamente di un serio monito atto a sottolineare che rimangono ancora molte cose che devono e possono essere fatte.
In effetti tra il 2002 e il 2003 l’aumento dei tassi di occupazione e l’età media di uscita dal mercato del lavoro avevano raggiunto proporzioni incoraggianti. Il primo era cresciuto dell’1,5%, mentre la seconda di sei mesi. Non era chiaro quali fossero i fattori scatenanti, ma se ogni anno si verificassero miglioramenti simili i traguardi del 2010 non sarebbero assolutamente fuori portata.
10. L’invecchiamento attivo dopo l’allargamento
Proprio quando l’Unione Europea poteva celebrare il primo importante passo avanti verso gli obiettivi di Stoccolma e Barcellona, la sfida si è fatta più difficile a seguito dell’allargamento. In termini quantitativi la battuta d’arresto è risultata piuttosto contenuta, ma in molti dei nuovi Stati membri gli ostacoli all’invecchiamento attivo sono ben più difficili da superare.
Anche se in seno all’Europa dei 15 i progressi lasciavano in qualche modo a desiderare, almeno si poteva pensare che in linea di principio i Paesi membri sarebbero stati in grado di adottare strategie efficaci in proposito. Nella situazione attuale non si può dire con sicurezza lo stesso della maggioranza dei Nuovi Stati Membri (NSM). Come si può vedere nella tabella qui sotto, cinque di essi, che equivalgono all’80% della popolazione, fanno registrare risultati molto deludenti per quanto riguarda gli indicatori dell’invecchiamento attivo.
In questi Paesi lavora solamente circa un quarto dei lavoratori in età avanzata. Nel maggiore dei NSM l’età media di uscita dal mondo del lavoro è inferiore di 3 anni rispetto all’Europa dei 15.
Tabella 3: Indicatori invecchiamento attivo — Nuovi Stati Membri vs Media UE 15

Inoltre, nei prossimi 20 anni, molti dei NSM si troveranno ad affrontare la notevole incidenza dell’invecchiamento e della riduzione della forza lavoro. Ben più dei vecchi Stati membri, gran parte dei NSM — anche quelli che ottengono i risultati migliori — avrebbero bisogno di creare il circolo virtuoso che scaturisce dalle iniziative volte all’invecchiamento attivo al fine di garantirsi in futuro l’offerta di forza lavoro e mantenere i sistemi pensionistici dopo la riforma degli stessi. Tuttavia, ciò è realizzabile solo nel medio termine. Gli ostacoli all’invecchiamento attivo nella maggioranza dei NSM possono essere riassunti come segue:
• la speranza di vita, le condizioni di salute, la workability e l’occupabilità dei lavoratori in età avanzata (55-64) sono notevolmente minori rispetto all’Europa dei 15;
• gli orari di lavoro sono più lunghi, la qualità inferiore e le condizioni di salute e sicurezza notevolmente meno soddisfacenti;
• per tradizione, da lungo tempo ormai le donne vanno in pensione attorno ai 55 anni e gli uomini circa a 60, il che ha un impatto negativo sull’atteggiamento dei cittadini;
• nella maggioranza dei NSM il grado di organizzazione delle parti sociali è basso e il dialogo sociale e la capacità delle parti sociali risultano poco sviluppati;
• non esistono, né sembrano delinearsi all’orizzonte, politiche di attivazione del mercato del lavoro in grado di far fronte alle necessità dei lavoratori in età avanzata;
• le ristrutturazioni a venire rappresentano una minaccia soprattutto per i lavoratori in età avanzata.
Quando nell’ultima relazione sull’occupazione (2004) si è analizzata la possibilità di raggiungere i traguardi di Barcellona e Stoccolma in una nuova Unione allargata, il testo presentava una quadro complesso secondo il quale, nonostante l’aumento del tasso di occupazione dei lavoratori in età avanzata, l’obiettivo del 50% è ancora lontano. Il raggiungimento del traguardo globale del 70% stabilito a Lisbona dipende essenzialmente da un aumento significativo del tasso di occupazione dei lavoratori anziani.
Nel 2003 il tasso di occupazione dei lavoratori in età avanzata ha superato il 40,2%, mentre nel 2002 era del 38,8%. Il traguardo del 50% è stato raggiunto da soli sei Paesi membri (CY, DK, EE, PT, SE, e UK) e si trova alla portata di altri due (FI and IE).
Tabella 4: Tasso di occupazione dei lavoratori in età avanzata (55-64)

Nei prossimi anni il tasso di occupazione dei lavoratori anziani in parte aumenterà in seguito a una sorta di onda lunga, determinato dal fatto che i nati nel periodo del baby-boom del dopoguerra toccheranno la soglia dei 55 anni, quindi andando ad aggiungersi alla fascia della popolazione in età compresa tra i 55 e i 64 anni (e determinando anche una maggiore concentrazione di cinquantacinquenni).
Tuttavia, tra il 2002 e il 2003 quest’onda lunga non ha avuto particolare importanza nell’Unione Europea in genere. Il tasso di occupazione è cresciuto per l’intera fascia compresa tra i 55 e i 64 anni, a prescindere dall’anno di nascita esatto e dal fatto che l’aumento è stato particolarmente marcato per chi aveva da poco superato i 60, soprattutto gli uomini. Inoltre, si è avuto un incremento notevole delle donne in età compresa tra i 55 e i 56 anni.
L’età media di uscita dal mercato del lavoro nell’Europa dei 25 è aumentata di 0,6 anni tra il 2002 e il 2003, passando da 60,4 a 61 anni (anche in seno all’Europa dei 15 l’aumento è stato pari a 0,6 anni, da 60,8 a 61,4).6 Tuttavia i progressi non sono stati uniformi, evidenziando una diminuzione dell’età media di uscita dal mercato del lavoro in diversi Stati membri, come NL, PT, EE, AT, SI e in misura minore FI, CZ, ES e SE. D’altro canto, sono stati registrati progressi particolarmente importanti in HU, IE, EL, CY, DK PL e IT. Inoltre l’età della pensione rimane pari o inferiore a 59 anni in SI, SK, PL, BE, MT, AT.
I passi avanti verso la soglia del 50% dipenderanno principalmente dagli ulteriori progressi compiuti in quegli Stati membri in cui il tasso di occupazione dei lavoratori in età avanzata risulta ancora basso.
In assenza di misure drastiche e urgenti volte a rafforzare le tendenze attuali, gli obiettivi comunitari riguardanti la forza lavoro in età avanzata sono fuori portata. Il tasso di occupazione di questa categoria di lavoratori è cresciuto in maniera significativa a partire dal 1998 in FI, NL, HU, FR, DK, IE e LV. A livello dell’Unione, nel 2003 si è raggiunta la soglia del 40,2%, sebbene si registri un divario tra i sessi. Il traguardo del 50% è già stato superato in SE, DK, UK, EE, PT e CY, ed è a portata di mano in IE e FI. Al contrario, i dati risultano particolarmente bassi (tutti al di sotto del 31%) in SK, SI, PL, HU, LU, BE, AT.
Risulta più difficile da raggiungere l’obiettivo stabilito a Barcellona concernente l’età del pensionamento. In molti Stati membri ci si continua a ritirare dal mercato del lavoro in giovane età, e la soglia del pensionamento nell’Europa dei 25 è passata dai 59,9 anni del 2001 ad appena 61 anni nel 2003.7 IE, LT, EL, SE, UK hanno toccato i 63 anni, ma in SI, SK, PL, BE, AT e MT i progressi sono lenti e ci si avvicina a malapena ai 59 anni. La sfida consiste non solo nell’assicurare un aumento quantitativo e la posticipazione del pensionamento, che induca chi ha tra i 55 e i 64 anni a rimanere al lavoro, ma anche nel migliorare l’occupabilità di chi attualmente ha un’età compresa tra i 40 e i 59 anni.
6 I dati relativi al 2003 sono provvisori.
7 I dati relativi al 2003 sono provvisori.
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