L’invecchiamento attivo: una politica centrale e prioritaria per l’Unione Europea
7. Iniziative culminanti nell’obiettivo di Barcellona di ritardare l’uscita dal mercato del lavoro
Nel dicembre 2001, il Vertice di Laeken a Bruxelles ha adottato 11 obiettivi comuni per una strategia europea volta a garantire pensioni adeguate, sostenibili e adattabili. Si è sottolineata l’importanza di aumentare il tasso di occupazione dei lavoratori in età avanzata per realizzare sistemi pensionistici durevoli. Circa nello stesso periodo, tale valutazione strategica è stata ampiamente confermata dai dati derivanti dalle pionieristiche previsioni sulla spesa pensionistica pubblica nel periodo 2000-2050 condotte da Gruppo di lavoro sull’invecchiamento, un’iniziativa facente capo alla Commissione per la politica economica. La posticipazione del pensionamento tramite il prolungamento della vita lavorativa risultava la singola risposta politica più efficace al problema dell’aumento del costo delle pensioni. Se nel processo non si incorresse in altri oneri, un solo anno di ritardo dell’effettivo pensionamento medio controbilancerebbe tra 1/5 e 1/3 dell’aumento previsto della spesa pensionistica. Di conseguenza, fare in modo che i programmi pensionistici promuovessero il prolungamento della vita lavorativa e la posticipazione e flessibilizzazione del pensionamento rappresentava una strategia critica all’interno dell’agenda comunitaria. Inoltre, i responsabili a livello decisionale hanno sottolineato la necessità di un approccio alla gestione dell’età sul luogo di lavoro più consono alla sistema previdenziale. Doveva cessare la tradizionale propensione a scaricare sui sistemi pensionistici i problemi occupazionali, dimostrata chiaramente dalla tendenza al prepensionamento. Si è giunti alla conclusione che i costi previsti dall’uscita dei lavoratori dal mercato grazie al prepensionamento dovessero necessariamente essere reindirizzati verso politiche volte al mantenimento e alla reintegrazione dei lavoratori in età avanzata. Come in altri campi, si considerava essenziale passare da una risposta passiva a una risposta attiva nei confronti dei problemi occupazioni dei lavoratori anziani.
La Relazione comune del febbraio 2002 “Accrescere il tasso di attività e prolungare la vita attiva” adotta un approccio alla partecipazione alla forza lavoro basato sul ciclo biologico. Esso si concentra in primo luogo su politiche volte ad assicurare che le generazioni di lavoratori presenti e future rimangano attive mentre invecchiano e, in secondo luogo, sulla possibilità di prolungare la partecipazione dei lavoratori anziani di oggi. Le raccomandazioni coprono cinque settori specifici: più posti di lavoro e di migliore qualità; rendere il lavoro proficuo; fornire competenze maggiori e più flessibili; rendere il lavoro un’opzione concreta per tutti; sviluppare un approccio collaborativo nella realizzazione della strategia. Questi obiettivi si riflettono nella versione rivista della Strategia europea dell’occupazione 2003-2010. L’incremento della partecipazione di tutti i cittadini in età lavorativa viene considerato essenziale per assicurare il successo della strategia. È necessario promuovere l’invecchiamento attivo grazie a un’interazione positiva tra politiche economiche, sociali e occupazionali e al forte contributo delle parti sociali. La strategia richiede misure volte a fornire un ambiente di lavoro attraente e adattabile, per facilitare l’accesso alla formazione e incrementare gli incentivi per entrare nel mondo del lavoro e rimanervi più a lungo. Gli attuali modelli di pensionamento e assunzione devono cambiare e il prepensionamento non può più essere visto come uno degli strumenti principali per far fronte ai problemi di personale durante fasi di ridimensionamento e ristrutturazione aziendale.
Nel marzo 2002 il Consiglio europeo di primavera tenutosi a Barcellona ha analizzato la questione dei lavoratori in età avanzata dal punto di vista del mantenimento dell’offerta di lavoro e della sostenibilità delle pensioni di livello adeguato. Nello specifico contesto dell’invecchiamento e del sistema pensionistico del Paese ospitante, la Spagna, la necessità di posticipare l’età del pensionamento effettivo assumeva un’importanza cruciale. La Presidenza spagnola ha sottoposto con insistenza il problema, ottenendo che i capi di Stato e di governo concludessero che entro il 2010 si dovrebbe perseguire un innalzamento progressivo di circa 5 anni dell’età media effettiva a cui nell’Unione Europea si cessa di lavorare. Approvando la relazione sul rafforzamento della partecipazione nella forza lavoro, il Vertice ha anche individuato l’insieme degli strumenti necessari per il prolungamento della vita lavorativa.
A seguito di un bilancio favorevole del primo quinquennio della Strategia europea dell’occupazione, nel giugno 2003 il Consiglio congiunto ha concordato una revisione delle strategie e ha adottato un nuovo insieme di orientamenti. In base al quinto orientamento, volto a rafforzare l’offerta di manodopera e promuovere l’invecchiamento attivo, gli Stati membri si impegnano a:
“promuovere l’invecchiamento attivo, in particolare favorendo condizioni di lavoro in grado di stimolare il permanere in attività — come l’accesso alla formazione continua, il riconoscimento dell’importanza particolare che rivestono la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, forme innovative e flessibili di organizzazione del lavoro — e rimuovendo gli incentivi al ritiro anticipato dal mercato del lavoro, in particolare riformando i sistemi di pensionamento anticipato, facendo sì che il rimanere attivi sul mercato del lavoro paghi e incoraggiando i datori di lavoro ad assumere lavoratori anziani.”
Inoltre, si sottolinea il fatto che le politiche saranno volte a ottenere entro il 2010, a livello comunitario, un incremento di 5 anni dell’effettiva età di uscita dal mercato del lavoro (stimata a 59,9 anni nel 2001) e che a questo proposito le parti sociali sono chiamate a svolgere un ruolo di primaria importanza. Si proseguiva così nell’approccio globale adottato dagli orientamenti del 2001.
8. Le sfide poste dagli obiettivi di Stoccolma e Barcellona
Innalzare l’età media di uscita dal mondo del lavoro di 5 anni negli 8 anni che rimangono prima del 2010 è un obiettivo ambizioso. Per alcuni osservatori, era già un azzardo il traguardo stabilito a Stoccolma, cioè incrementare la media comunitaria dei tassi di occupazione dei lavoratori in età avanzata dal 38% al 50% in 9 anni. Di conseguenza l’apprensione è salita quando il Consiglio europeo di primavera a Barcellona ha spostato il traguardo ulteriormente in avanti. Tuttavia, altri commentatori hanno apprezzato l’enfasi data dai leader europei alla necessità di permettere ai lavoratori anziani di rimanere sullo stesso mercato che finora aveva mostrato la tendenza a espellerli.
La Tabella 2 classifica i 15 membri dell’UE in base ai risultati ottenuti con riferimento all’età media di uscita dal mondo del lavoro e ai tassi di occupazione, attività e disoccupazione.
Tabella 2: Età del pensionamento e risultati del mercato del lavoro 2001 (ordine discendente)

Fonte: DG EMPL e Eurostat
L’età media del pensionamento nell’Unione Europea era di 59,9 anni nel 2001: 60,5 per gli uomini e 59,1 per le donne. L’accordo di Barcellona impegna l’Unione a portare l’età media del pensionamento effettivo a circa 65 anni entro il 2010. Le classifiche in base all’età di uscita dal mondo del lavoro e al tasso di occupazione mostrano qualche divergenza, ma vi sono anche importanti fattori di stabilità. La Svezia, la Danimarca, il Regno Unito e il Portogallo fanno parte della cinquina migliore per quanto riguarda l’età del pensionamento e i tassi di occupazione e attività.
Il quadro si complica se passiamo ai tassi di disoccupazione, poiché gli eventuali valori contenuti possono essere il risultato di un basso livello di attività e di una ridotta età del pensionamento, come pure di alti tassi di occupazione. Tra le valutazioni di Stoccolma e di Barcellona esistono differenze importanti che vanno evidenziate.
1. L’obiettivo di Stoccolma riguarda l’aumento dell’occupazione nella fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni. Ciò rende necessario ridurre la disoccupazione e l’inattività, mentre eventuali progressi sono percepibili a partire dal tasso di occupazione. Il traguardo di Barcellona riguarda la posticipazione dell’età alla quale i singoli cessano di far parte della forza lavoro e passano all’inattività, risultato che appare evidente in base alle variazioni del tasso di attività. Poiché quest’ultimo riguarda solo la popolazione attiva, i Paesi che evidenziano tassi di partecipazione ridotti possono palesare un’età del pensionamento relativamente alta, come per esempio avviene nei Paesi Bassi.
2. L’età media di uscita dal mondo del lavoro prende in considerazione anche i disoccupati, che attualmente rappresentano il 7% della forza lavoro in età compresa tra i 55 e i 64 anni all’interno dell’Europa dei 15.
3. In genere gli uomini escono dal mercato del lavoro più tardi delle donne. Tuttavia, in Italia o in Spagna uomini e donne vanno in pensione all’incirca alla stessa età, anche se il divario tra i sessi nella partecipazione dei lavoratori anziani sono tra i più alti dell’Unione Europea.
4. Il traguardo di Stoccolma si riferisce alla classe d’età compresa tra i 55 e i 64 anni. L’obiettivo di Barcellona non stabilisce alcuna soglia in particolare. Quando si controlla l’età media di uscita dal mondo del lavoro, la forbice deve essere più ampia: in base a quanto stabilito deve andare dai 50 a oltre i 70 anni. Si deve includere la fascia tra i 50 e i 54 anni perché la partecipazione decresce in maniera significativa proprio a partire dai 50 anni. Vanno compresi anche gli ultrasessantacinquenni ancora facenti parte della forza lavoro. Per arrivare a un’età media di 65 anni occorre che un certo numero di persone a cavallo tra i 60 e 70 anni continui a lavorare.5
Raggiungere il traguardo di Stoccolma significherebbe garantire un’occupazione ad altri 5 milioni di lavoratori in età avanzata. Per quanto concerne l’obiettivo di Barcellona, una semplice simulazione basta a dimostrare che entro il 2010 circa due terzi dei lavoratori attualmente compresi tra i 44 e i 55 anni dovrebbero continuare a far parte della forza lavoro. In altre parole, nel 2010 dovrebbero risultare attivi tra i 24 e i 26 milioni di persone su un totale di 38,4 milioni in età compresa tra 46 e 55 anni nel 2001, con un aumento pari a 7-9 milioni di individui. Nel 2001 solo metà del gruppo analogo era ancora attiva tra i 55 e i 64 anni.
5 L’età media dell’uscita dalla forza lavoro va distinta dal calcolo dell’età effettiva del pensionamento. L’indagine sulla forza lavoro comprende persone che percepiscono una pensione mentre continuano a lavorare (per es. part-time) o sono attivamente in cerca di impiego.
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