QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Il privilegio di lavorare dopo i 60 anni

4. Su un piano ancora molto generale — per quel che riguarda il contesto economico — non si sono ancora tratte le dovute conseguenze del fatto che l’economia contemporanea è basata per almeno l’80% su attività e funzioni di servizio. Si estrapolano ancora dei dati come se vivessimo nel mezzo della vecchia rivoluzione industriale, per una specie di pigrizia che ancora imperversa in questo campo. Da questo dipende fra l’altro la poca affidabilità delle previsioni macroeconomiche, delle cifre sulla produttività e sui vari “fondamentali”.
Comunque, il fatto che l’economia sia dominata da funzioni e attività di servizio anche e sopratutto all’interno di ogni industria “manifatturiera”), facilita l’apertura al lavoro delle persone in età più avanzata, pur tenendo presenti vari ostacoli quali i pregiudizi, il peso di una fiscalità ancora disincentivante e l’insufficiente adattamento dei programmi di formazione fino e dopo i 70 anni.
Restano da introdurre molti miglioramenti nel classificare le varie attività produttive in funzione delle fasce d’età delle persone alle quali meglio convengono. Statistici, sociologi e economisti del lavoro potrebbero proficuamente preparare liste esaurienti di tante diverse funzioni lavorative e indicare il periodo di età entro il quale queste funzioni possono essere meglio espletate.
La matematica pura richiede il massimo della capacità mentale nel ragionamento astratto e quindi i risultati migliori si vedono di solito fra i ventenni. La svizzera Hingis, ex campionessa mondiale di tennis, si è ritirata a 22 anni. non è per questo che i matematici teorici e i campioni di tennis debbano andare in pensione attorno ai 25 anni. È chiara in questa età l’esigenza (e l’interesse) di svolgere ALTRI tipi di lavoro, sia pur utilizzando queste loro prime esperienze. Nei casi di lavori pesanti, come in certe funzioni dell’edilizia o delle ferrovie o vari altri, è spesso valido l’argomento che il lavoro si dovrebbe interrompere a 55 o anche a 50 anni. Ma come per il matematico o il campione di tennis questo dovrebbe poter essere il punto di partenza (dopo opportuna e adeguata formazione) per un ALTRO tipo di attività. Molte funzioni nei servizi sociali e sanitari, nella formazione — a vari livelli — nel turismo e nella cultura, si prestano per riconversioni al lavoro in età più avanzate.

5. Molto importante è la questione della solidarietà intergenerazionale. Si diceva fino a non molti anni fa che si doveva diminuire l’età della pensione per far posto ai giovani. Si capisce ora che questa via conduce a un aumento sempre più esorbitante del costo del lavoro dei giovani, gravati dal peso della presente e della futura fattura delle pensioni anticipate o no. Ci sono ormai dei gruppi di giovani che si ribellano in maniera esplicita a questa situazione. È vero che spesso le famiglie compensano in diverso modo i loro figli (uno studio approfondito è stato fatto di recente dal governo austriaco su questo tema), ma vari studi anche non recenti mostrano che al livello delle nuove generazioni mature, sopratutto quelle del “baby boom” e del “sessantotto” c’è sempre più voglia di godersi personalmente i frutti delle proprie riserve finanziarie. A rendere la situazione ancora più tesa e difficile da gestire, non mancano i gruppi in “difesa dei diritti acquisiti alle pensioni”. Un po’ di buona volontà e di capacità di comprendere quali sono veramente i propri interessi, per ogni categoria di età, non farebbe male.
La miglior via da seguire sarebbe quella di una società aperta, con un minimo di senso della responsabilità sociale, che integra — invece di marginalizzare — tutti gli anziani le cui possibilità di autonomia aumentano.
Un discorso a parte naturalmente è quello dei disabili, che però fino a 80 anni almeno, riguarda meno del 10% delle persone di questa età (mentre i disabili in tutte età sarebbero in media fra il 3 e 4%).

6. In questa situazione di fondo troviamo alcuni elementi per ammodernare la politica sociale e per la necessaria valorizzazione e complementarità dello stato e delle istituzioni private.
Per quel che riguarda il primo pilastro delle previdenza sociale basato sulla ripartizione (di gran lunga determinante in Italia), è probabile che in Europa, ancora per lungo tempo, resterà il pilastro principale, anche se probabilmente nei prossimi 10-20 anni sarà ridotto in media di circa un 10% tramite aumento delle tasse e/o diminuzione delle prestazioni e/o aumento dell’inflazione non recuperabile, il che sarà per i meno abbienti la peggiore delle soluzioni (ma la più attraente per tutte le vocazioni alla demagogia).
Si dovrebbe meglio comprendere che questo primo pilastro è stato concepito innazitutto per rispondere a una esigenza di redistribuzione (fiscale). Dipende dunque da una soluzione politica che tenga conto delle risorse finanziarie di un paese e dei limiti (superiori e inferiori) da considerare. A lungo termine mi sembra probabile che il sistema svizzero, in cui la pensione massima di primo pilastro per coppia arriva a circa 2000 euro al mese, indichi la futura via della convergenza generale in Europa.
Il secondo pilastro, basato sulla capitalizzazione e costruito su contributi nel periodo di vita attiva (sia per lavoratori dipendenti che indipendenti, con regole diverse secondo le due categorie), fa parte di una politica oculata che sfrutti al massimo le possibilità di diversificare i rischi. In alcuni paesi (Svizzera, Australia, in certo modo Polonia) questo pilastro è già divenuto obbligatorio. Il suo buon funzionamento può rendere più gestibile il primo pilastro.
Il terzo pilastro riguarda i risparmi individuali, di vario genere e che possono essere e sono stimolati da vari tipi di incentivi.
Il quarto pilastro, che mi sembra dover diventare sempre più essenziale, riguarda la possibilità di un lavoro parziale, anche dopo l’età di pensionamento, qualunque essa sia.
Una politica sociale e previdenziale degna di questo nome deve, magari col tempo, essere concepita nel quadro dell’integrazione dei quattro pilastri, che saranno sempra più interdipendenti. Sul piano fiscale saranno aboliti i limiti imposti ancora in Europa alla possibilità di accumulo fra pensioni e lavoro (aggiustando naturalmente i termini della loro complementarità). Ancora una volta il modello svizzero permette di verificare una pratica ormai rodata: a 65 anni si può avere un reddito da ciascuno dei quattro pilastri. Si pagano le imposte sul totale generale. Nello stesso tempo, il lavoratore di oltre 65 anni non paga più (ma riceve) dal secondo pilastro e quindi costa potenzialmente meno, tanto più se tiene conto dei proventi del primo e terzo pilastro. E grava quindi meno (anzi contribuisce) al primo pilastro.
Si aggiunga, a questa analisi economica sul sistema del pensionamento, la questione dei costi della salute.

7. Ricerca biologica, studi sul genoma, sviluppo dell’informatica medica e tante altre ricerche scientifiche e nuove tecnologie, fanno della salute un settore in sviluppo esplosivo.
E anche in questo campo l’analisi economica e sociale (e culturale) richiede un grosso sforzo di adattamento.
Prendiamo un esempio, quello delle protesi alle anche. oggi nel mondo (soprattutto quello definito avanzato) se ne fanno più di 1.200.000 all’anno. L’età media di intervento si aggira sui 63 anni ed è chiaro che con l’aumento del ciclo di vita, questi interventi sono destinati a crescere. Forse cambieranno di natura il giorno in cui le cartilagini che permettono alle ossa di ruotare, una volta esaurite, potranno essere ricostituite con nuovi metodi (le ricerche non mancano e i risultati, se tutto va bene, potranno forse intervenire fra 10 o 20 anni). Per ora, questi interventi costano in totale oltre 20 miliardi di euro.
Si tratta di una spesa che ha un vero valore aggiunto in quanto permette a un potenziale invalido motorio di camminare normalmente o quasi. analogamente, quando si compra un’automobile, si acquista la possibilità di aumentare la propria mobilità. Non c’è dunque, dal punto di vista degli effetti personali sul benessere, nessuna differenza fra le operazioni alle anche e comprare un’automobile. Ma andatelo a spiegare in giro: molti (anche economisti) strabuzzeranno gli occhi. Si accetta che produrre e utilizzare automobili aumenta il reddito nazionale, ma per quel che riguarda la salute si presentano le cose come se si trattasse unicamente di un aumento di costi (dei servizi resi).
Mi sembra invece che considerare la crescita del costo dei servizi sanitari che nei prossimi 30 anni raddoppierà in termini di percentuale nei confronti del Pnl, indichi che ci sarà un notevole progresso nel settore (se non esistessero le operazioni alle anche non ci sarebbero costi…), che fornirà una forte base di miglioramento, nell’età avanzata, all’allungamento della durata di vita. Un motivo quindi per essere ottimisti, sia pur dovendo affrontare il problema del costo finanziario.
Ma una volta compreso a fondo che si tratta di un miglioramento generale, la spesa dovrà essere gestita, come nel caso delle pensioni, sulla base di interventi statali (per ragioni di giustizia distributiva), da accoppiare con sistemi di formazione di riserve e risparmio a lungo termine (cioè capitalizzato). Da vedere poi nei dettagli le possibilità di combinare il secondo pilastro per le pensioni con quest’ultimo secondo pilastro per le spese sanitarie.


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