QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Dopo la riforma previdenziale, quale prospettiva per il quarto pilastro?

La fascia di età da 0-14 diminuisce da un 14,1% del 2001 all’11,4% del 2050 con una riduzione del 2,7%. Anche la fascia di età da 15-64 anni si contrae, con l’esito che l’indice di invecchiamento degli italiani — ottenuto rapportando la quota di chi ha più di 65 anni a quella di chi non supera i 14 anni — da 62 su 100, negli ultimi vent’anni, è più che raddoppiata, salendo a 127. Ciò significa che oggi i “vecchi” sono il 27% più dei giovanissimi. In questi indici c’è tutto il segno del cambiamento avvenuto nel volgere di una generazione.
Il fatto è che la nostra società conta sempre più anziani e sempre meno giovani. Perché, per diversi motivi, si allunga la vita media (la vita media per il 2030 prevede uomini a 84 e donne a 90,5) e calano i tassi di natalità, si diffondono il benessere e l’istruzione, migliorano e si estendono le cure e le strutture sanitarie.
Un altro elemento del dibattito sulla sostenibilità del sistema previdenziale, è la proposta dell’Ecofin che introduce il concetto di “sostenibilità del debito pubblico”, specificando che nella valutazione di questa sostenibilità, occorre tener conto anche dell’evoluzione di lungo termine della spesa previdenziale e del connesso “debito implicito” (sostanzialmente pari al valore attualizzato delle promesse pensionistiche dello stato, al netto del valore attuale dei contributi che i lavoratori corrisponderanno).
L’introduzione del concetto di sostenibilità ha una conseguenza importante perché implica l’adattamento dei criteri di valutazione del Patto, prima uniformi e inflessibili alle caratteristiche di ciascun Paese, in quanto l’evoluzione dei conti previdenziali dipende da elementi specifici e, in particolare, dalla struttura demografica, che può essere considerata un “fattore esogeno” scarsamente controllabile dal legislatore.
Nel valutare la dinamica della spesa pensionistica, ma anche di quella sanitaria e assistenziale, di ciascun Paese sarà quindi opportuno scindere gli elementi esogeni (involontari, come l’invecchiamento) da quelli endogeni (volontari come una normativa pensionistica eccessivamente generosa che incoraggia il pensionamento in giovane età).
Non si riesce quindi a comprendere come si possa essere tanto miopi da tutelare cinquantenni ancora nel pieno delle loro forze (è il caso delle pensioni di anzianità) e in grado di svolgere un’attività lavorativa, per poi abbandonarli completamente a se stessi e alle loro famiglie quando, divenuti più anziani, incorreranno nel rischio della non autosufficienza. Solo attraverso una “nuova” visione culturale del lavoro e una politica economica di pensionamento graduale è possibile riequilibrare per questa via il rapporto tra gettito contributivo e pensioni, e aumentare il numero degli occupati stabili (correggere le distorsioni a favore del pensionamento anticipato, che risponde all’obiettivo di aumentare l’età pensionabile, oppure contenere le prestazioni).
Il primo taglia il male alla radice in quanto previene l’aumento stesso del quoziente di dipendenza; il secondo, vale a dire il rapporto pensione/salario, opera come segue: se meno lavoratori possono contribuire per un pensionato, allora una minor quota di salario deve bastare per pagare una pensione.

Tabella 1: L’anomalia del sistema italiano
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Per quanto riguarda gli elementi involontari, l’Italia si colloca infatti tra i Paesi membri con le prospettive demografiche peggiori (soltanto la Grecia e l’Austria mostrano un invecchiamento maggiore); per quanto riguarda invece gli elementi volontari, con le riforme degli anni 90, ha corretto in modo importante le distorsioni presenti nel sistema previdenziale.
Certo molte volte è stato sottolineato, che quelle riforme erano troppo lente, inadeguate ad arginare la rapidità del cambiamento demografico e a riflettersi favorevolmente sullo stato immediato delle finanze pubbliche. Con la delega recentemente votata dal parlamento, pur carente in molti punti, l’attuale governo ha mostrato di voler andare verso la liberalizzazione dell’età pensionabile, eliminare progressivamente il divieto di cumulo tra pensioni e redditi di lavoro, sostenere e favorire lo sviluppo di forme pensionistiche complementari. A fronte di questi obiettivi contenuti nella legge delega che impegna il governo su queste questioni è certamente possibile correggere anche la transizione.
Le ultime riforme hanno quindi ridotto sia la generosità dei benefici, sia le distorsioni a favore del pensionamento anticipato, correggendo la spesa pubblica, riducendo le prestazioni e favorendo l’occupazione nell’età anziana. Tutto bene dunque? Ovviamente no, ci sono almeno due indirizzi strategici da perseguire per realizzare un’efficace politica del welfare:
1. incrementare il tasso di occupazione, in particolare nelle fasce over 50,
2. posticipare l’età di pensionamento, prolungando la vita lavorativa.
1. Incrementare il tasso di occupazione significa vuol dire adeguarsi a modelli occupazionali e professionali più flessibili. Come molte economie avanzate, l’Italia ha un declino della popolazione in età lavorativa. Si tenga conto che secondo l’OCSE, in Italia soltanto il 56% della popolazione in età lavorativa ha effettivamente un’occupazione. Situazione peggiore si registra solo in Turchia e Polonia, mentre negli altri Paesi è al 70% come in Canada, Olanda, Danimarca, Svezia e Gran Bretagna. Il 65% nella media delle nazioni che fanno parte dell’OCSE. Per di più è necessario garantire la compatibilità dei sistemi pensionistici con le esigenze di flessibilità e sicurezza del mercato del lavoro; assicurare che la mobilità nel mercato del lavoro e le forme di occupazione inusuali non penalizzino i diritti alla pensione delle persone e che il lavoro autonomo non venga scoraggiato dai sistemi pensionistici. Significa inoltre rendere i sistemi pensionistici più trasparenti e adattabili alle circostanze in evoluzione; fornire informazioni affidabili e di facile comprensione circa le prospettive a lungo termine (ad esempio la Svezia). Ciò permette di prevenire l’esclusione sociale degli anziani e garantire che non siano soggetti al rischio della povertà e possano godere di un tenore di vita decente, condividere il benessere economico del Paese e partecipare attivamente alla vita pubblica, sociale e culturale. Vanno ancora aumentati i livelli di occupazione nelle fasce over 50, tenendo debitamente conto che la scelta del pensionamento dipende:
a) dallo stock della ricchezza previdenziale maturata (più elevata è la “ricchezza previdenziale maturata” più elevata è la probabilità del pensionamento;
b) dal valore attuale dei flussi di ricchezza previdenziali ancora maturabili, rimanendo al lavoro (più elevata è la possibilità di incrementare la ricchezza pensionistica nel futuro, più alto sarà l’incentivo a restare a lavorare);
c) dalla penosità/onerosità del lavoro connesso alle condizioni effettive lavorative, alla stabilità del rapporto, alla presenza di “barriere” in uscita (che generano un effetto sulla “fuga” dal mercato del lavoro appena possibile).
Raggiungere un elevato livello di occupazione, se necessario attraverso riforme generali del mercato del lavoro, come previsto dalla strategia europea per l’occupazione e in linea con gli orientamenti generali di politica economica.
2. Posticipare l’età di pensionamento, prolungando la vita lavorativa. Ciò significa garantire che nel mercato del lavoro e nelle politiche economiche tutte le componenti pertinenti della protezione sociale, in particolare i sistemi pensionistici, offrano incentivi efficaci alla partecipazione dei lavoratori anziani; che i lavoratori non siano incoraggiati ad accedere al pensionamento anticipato e non siano penalizzati in caso di prolungamento dell’attività lavorativa oltre la normale età di pensionamento e che i sistemi pensionistici promuovano l’opportunità di un pensionamento graduale.
Perché siamo e diventeremo sempre più una società “anziana”. Una società imprudente e insicura. Che non ha un progetto per i giovani, né un ruolo per gli “anziani”. Giovani che vengono trattati come una minoranza protetta: li coccoliamo, li manteniamo e tratteniamo in casa a lungo, senza peraltro garantire loro riferimenti certi per il futuro, nel lavoro come nel reddito.


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