QUADERNI EUROPEI SUL NUOVO WELFARE

Come conciliare gli interessi dei dipendenti con le politiche dell’occupazione rivolte a lavoratori sempre più anziani

di Martin Hutsebaut
Direttore amministrativo, Istituto Sindacale Europeo, Bruxelles

1. I tassi di occupazione in Europa

Il movimento sindacale in Europa condivide gli ambiziosi obiettivi stabiliti dal Consiglio europeo di Lisbona (2000) e Stoccolma (2001), ovvero innalzare il tasso di occupazione generale al 70% e il tasso di occupazione dei lavoratori in età avanzata (dai 55 ai 64 anni) al 50% entro il 2010. Tale incremento risulta essenziale per garantire la sostenibilità dei sistemi pensionistici, qualunque sia la loro struttura.
Per quanto concerne il tasso di occupazione generale in Europa (25), nel 2003 si è toccato il 62,9%. Ciò significa che ci troviamo ancora per il 7% sotto la soglia stabilita a Lisbona. Una delle ragioni di tale situazione è che la crescita economica in Europa è eccessivamente limitata: 0,8% nel 2003, a fronte del 3,1% degli USA. Nel 2003 l’occupazione è rimasta quasi invariata (0,2%), mentre il tasso di disoccupazione è passato dall’8,8% del 2002 al 9,1%. Le previsioni indicano che il Pil dell’Unione Europea allargata crescerà del 2,0% nel 2004 e del 2,5% nel 2005.
Per la Confederazione Europea dei sindacati (CES), una politica di crescita qualitativa è il presupposto per raggiungere gli obiettivi stabiliti a Lisbona e Stoccolma per quanto concerne l’occupazione in genere e l’occupazione dei lavoratori in età avanzata in particolare. Anche la sostenibilità di pensioni accettabili — a prescindere dal loro tipo di strutturazione e finanziamento — dipende dalla qualità della performance economica dell’UE. Di conseguenza, il Patto europeo per la stabilità e la crescita deve essere rivisto con urgenza poiché dovrebbe garantire anche la crescita, e non solo la stabilità monetaria.
Per quanto riguarda lo stato occupazionale degli over 55, in genere si ammette che anche il tasso di occupazione europeo nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni è insoddisfacente: la soglia del 40,2% nel 2003 è ben lontana dall’obiettivo del 50% (entro il 2010) stabilito a Stoccolma. A livello dei singoli Paesi le situazioni variano notevolmente: la Svezia ha già raggiunto il 68,6%, mentre l’Italia arriva appena al 30,3%.
Nel 2003, l’età media a cui in Europa ci si ritirava dal mercato del lavoro era pari a 60,4 anni. Il Consiglio di Barcellona (2002) ha stabilito che entro il 2010 l’età media di pensionamento debba toccare i 65 anni.
La Confederazione Europea dei Sindacati non ha mai considerato la situazione irreversibile, in particolare perché la risposta sociale originaria (prepensionamento) a un problema economico (alta disoccupazione giovanile) in seguito ha perso di vista il suo obiettivo primario, ovvero la creazione di maggiori opportunità di lavoro per i giovani. Infatti, la misura sociale del pensionamento anticipato si è ben presto trasformata in uno strumento vantaggioso per le aziende desiderose di liberarsi a basso costo e a un’età sempre più bassa dei dipendenti più anziani.
È diventato subito evidente che questi licenziamenti di lavoratori in età avanzata conducevano anche allo spreco di risorse umane, sociali ed economiche, sottraendo alle imprese conoscenze ed esperienze preziose, in pratica la loro “memoria”. Subito dopo aver licenziato i lavoratori in età avanzata, molte società e anche interi settori si sono trovati ad affrontare una grave penuria di manodopera qualificata, e hanno compiuto sforzi enormi per riassumere le stesse persone che in un primo momento avevano allontanato.
La CES non può accettare l’esclusione sistematica dei lavoratori in età avanzata dal mercato del lavoro, ma non può neppure condividere la posizione radicale assunta dalla Commissione europea, volta genericamente a scoraggiare il ritiro anticipato dal mondo lavorativo. Per la CES, i piani di prepensionamento dovrebbero rimanere disponibili come ultima ratio per alleviare le conseguenze di dolorose ristrutturazioni industriali quando non vi siano altri sbocchi occupazionali, e dovrebbero anche rappresentare una via d’uscita dai lavori particolarmente usuranti o dannosi per la salute.
Nell’ambito del dibattito sull’attivazione dei lavoratori in età avanzata, la CES ritiene che prima di iniziare a discutere di innalzamento della soglia di pensionamento stabilita per legge — come già fanno alcuni governi e datori di lavoro — l’Europa dovrebbe sforzarsi di individuare delle politiche che fungano da stimolo e permettano a uomini e donne di rimanere attivi fino al raggiungimento della normale età pensionabile prevista dalla legge.
Si possono cambiare le cose per invertire la tendenza attuale? Diversi Paesi offrono esempi di come tutto ciò sia effettivamente realizzabile. Nel periodo 1998-2003 la tendenza del livello di occupazione dei lavoratori in età avanzata in Finlandia (+13,4 punti percentuali), Ungheria (+11,6%), Paesi Bassi (+10,9%), Francia (+8,5%) e Danimarca (+8,2%) è risultata più favorevole rispetto al 4,4% fatto segnare dall’Europa dei 25. In Italia i risultati sono stati piuttosto scarsi (solo + 2,6%), mentre in Polonia la tendenza è risultata addirittura negativa: -5,2%.

2. Come proseguire

Le principali politiche adottate per permettere ai lavoratori in età avanzata di rimanere sul mercato del lavoro comprendono:
• eliminazione degli incentivi al prepensionamento e promozione di pensionamenti ritardati e flessibili;
• normative volte a contrastare la discriminazione in base all’età e campagne di sensibilizzazione tra i datori di lavoro atte a modificarne l’atteggiamento;
• programmi di orientamento e formazione non legati all’età;
• programmi di incentivazione delle assunzioni comprendenti politiche occupazionali attive e offerte specifiche per i lavoratori in età avanzata.
Due ulteriori aspetti ritenuti essenziali — sebbene raramente realizzati — per un approccio integrato alle strategie attive riguardano le strutture assistenziali e le condizioni di lavoro. Un’analisi approfondita di tali politiche ha rivelato che tutti gli aspetti elencati sopra rivestono pari importanza, oltre ad essere di per sé complessi e sfaccettati. Ciò rende la questione dell’invecchiamento attivo una sfida ancor più importante per i responsabili a livello decisionale.


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